18 Agosto 2026

Philippe Aghion: innovazione, distruzione creatrice e crescita endogena

Autori
Innovation

Giulio Fezzi

Presidente Phoenix Group

Il contributo di Philippe Aghion ha ridefinito il modo in cui l’economia interpreta la crescita di lungo periodo, trasformando l’innovazione da fattore esogeno a motore interno del sistema economico. Attraverso la formalizzazione della distruzione creatrice in modelli di crescita endogena, Aghion ha mostrato come concorrenza, incentivi, istituzioni e politiche pubbliche influenzino in modo decisivo il ritmo e la qualità del progresso tecnologico. Questo paper ricostruisce il nucleo teorico del suo approccio, ne analizza le implicazioni per le politiche economiche e per le imprese, e ne discute l’attualità in un contesto segnato da transizioni tecnologiche rapide, crescenti disuguaglianze e rinnovata attenzione al ruolo dello Stato.

Perché Philippe Aghion oggi

Il Premio Nobel per l’Economia 2025 riconosce in Philippe Aghion uno degli economisti che più hanno contribuito a ridefinire il modo in cui la crescita economica viene analizzata e interpretata nel mondo contemporaneo. La sua centralità deriva dal fatto di aver riportato l’innovazione al cuore della teoria economica, non come variabile accessoria o residua, ma come meccanismo strutturale che governa l’evoluzione del capitalismo.

L’attualità del pensiero di Aghion è particolarmente evidente se osservata alla luce delle trasformazioni degli ultimi due decenni. Da un lato, le economie avanzate sperimentano una persistente difficoltà nel tradurre l’accelerazione tecnologica in crescita diffusa della produttività. Dall’altro, il progresso tecnologico produce effetti sempre più asimmetrici, amplificando divari tra imprese, settori e territori. I modelli di crescita endogena offrono una chiave di lettura di questa apparente contraddizione: l’innovazione genera crescita, ma lo fa attraverso processi selettivi che non garantiscono esiti uniformi.

Aghion consente di comprendere perché l’innovazione non sia automaticamente inclusiva. La distruzione creatrice implica che nuove tecnologie e nuovi modelli di business sostituiscano quelli esistenti, creando opportunità ma anche perdite. In assenza di istituzioni adeguate, questi costi possono tradursi in resistenze politiche e sociali che finiscono per rallentare il processo innovativo stesso.

In questo senso, il contributo di Aghion è centrale anche per il dibattito sul ruolo dello Stato. La sua teoria mostra che le politiche pubbliche influenzano profondamente gli incentivi a innovare, la struttura della concorrenza e la capacità delle economie di sostenere il cambiamento tecnologico nel tempo. Il problema non è scegliere tra mercato e intervento pubblico, ma comprendere come le regole del gioco modellino la dinamica della crescita.

Infine, Aghion è oggi particolarmente rilevante perché fornisce una grammatica concettuale per leggere le tensioni contemporanee tra innovazione, disuguaglianze e consenso democratico. In un’epoca in cui il progresso tecnologico è spesso percepito come minaccia oltre che come opportunità, il suo pensiero aiuta a chiarire che il nodo cruciale non è fermare l’innovazione, ma governarne le condizioni istituzionali affinché possa tradursi in crescita sostenibile.

Profilo biografico e formazione intellettuale

Philippe Aghion nasce nel 1956 in Francia e si forma all’interno della tradizione dell’economia teorica europea, per poi sviluppare la propria carriera accademica tra Europa e Stati Uniti. Dopo gli studi all’École Normale Supérieure, si afferma rapidamente come uno dei principali esponenti della nuova teoria della crescita.

La sua traiettoria intellettuale è profondamente influenzata dal pensiero di Joseph Schumpeter, in particolare dall’idea di distruzione creatrice come motore del capitalismo. Tuttavia, Aghion si distingue per la volontà di tradurre l’intuizione schumpeteriana in modelli formali rigorosi, capaci di dialogare con l’economia mainstream.

Il contesto accademico anglosassone, in cui Aghion opera per gran parte della sua carriera, favorisce questa sintesi tra teoria formale e attenzione alle implicazioni di policy. Il risultato è un corpus di lavori che unisce eleganza analitica e rilevanza empirica.

Il contributo teorico fondamentale

Il contributo centrale di Aghion consiste nella formalizzazione della crescita endogena basata sull’innovazione. In contrasto con i modelli neoclassici tradizionali, in cui il progresso tecnologico è trattato come una variabile esogena, Aghion mostra come le decisioni di investimento in ricerca e sviluppo siano influenzate da incentivi economici, struttura dei mercati e qualità delle istituzioni.

Nel modello di crescita attraverso la distruzione creatrice, sviluppato con Peter Howitt, le innovazioni sostituiscono continuamente tecnologie e imprese esistenti. Ogni nuova ondata innovativa genera crescita, ma anche obsolescenza e riallocazione delle risorse. La crescita diventa così un processo intrinsecamente dinamico e potenzialmente instabile.

Un elemento chiave del modello è il ruolo della concorrenza. Aghion mostra come livelli intermedi di concorrenza possano stimolare l’innovazione, mentre mercati eccessivamente concentrati o, al contrario, eccessivamente frammentati possono ridurne gli incentivi. Questa intuizione ha avuto un impatto profondo sul dibattito antitrust e sulle politiche di concorrenza.

Innovazione come processo dinamico e selettivo

Nel pensiero di Philippe Aghion, l’innovazione è un processo intrinsecamente dinamico e selettivo, che opera come meccanismo di ristrutturazione continua del sistema economico. A differenza delle visioni che trattano il progresso tecnologico come un flusso omogeneo e neutrale, Aghion enfatizza il carattere competitivo e distruttivo dell’innovazione: ogni avanzamento tecnologico crea nuovo valore, ma allo stesso tempo rende obsolete tecnologie, competenze e imprese esistenti.

Questo processo di selezione è il cuore della distruzione creatrice schumpeteriana formalizzata nei modelli di crescita endogena. La crescita economica non è il risultato di un accumulo graduale e lineare, ma l’esito di una successione di salti qualitativi, in cui nuove imprese o nuovi settori sostituiscono quelli meno produttivi. L’innovazione agisce quindi come forza di riallocazione delle risorse, spostando capitale e lavoro verso attività a maggiore produttività.

Aghion sottolinea come la velocità e l’intensità di questo processo dipendano in modo cruciale dal contesto istituzionale. Mercati del lavoro rigidi, sistemi educativi poco adattivi e barriere all’ingresso elevate possono rallentare la riallocazione, attenuando gli effetti positivi dell’innovazione sulla crescita. Al contrario, contesti istituzionali flessibili favoriscono una più rapida diffusione delle nuove tecnologie e una maggiore capacità di assorbire gli shock generati dalla distruzione creatrice.

Un ulteriore elemento centrale è la distinzione tra innovazione incrementale e innovazione radicale. Nei modelli di Aghion, entrambe contribuiscono alla crescita, ma con effetti differenti sulla struttura economica. L’innovazione incrementale tende a rafforzare le imprese esistenti, mentre l’innovazione radicale apre spazi per nuovi entranti, intensificando la competizione e accelerando il processo di selezione. La coesistenza di queste due forme di innovazione è essenziale per un equilibrio dinamico tra stabilità e cambiamento.

Infine, Aghion mette in evidenza il ruolo delle aspettative e degli incentivi intertemporali. Le decisioni di investimento in ricerca e sviluppo sono prese sulla base di rendimenti futuri incerti; la credibilità delle istituzioni, la stabilità delle regole e la prevedibilità delle politiche pubbliche influenzano quindi in modo decisivo la propensione a innovare. L’innovazione, in questa prospettiva, è un processo che si dispiega nel tempo e richiede un quadro istituzionale capace di sostenere l’assunzione di rischio.

Oltre una visione ingenua della concorrenza

Uno dei contributi più influenti e duraturi di Philippe Aghion è la messa in discussione delle visioni semplicistiche della concorrenza, ancora largamente diffuse sia nel dibattito accademico sia in quello politico. Contrariamente all’idea, di matrice neoclassica, secondo cui un aumento della concorrenza è sempre e comunque desiderabile, Aghion introduce una relazione non lineare tra concorrenza e innovazione.

Nel suo modello, la concorrenza esercita effetti differenti a seconda della posizione delle imprese rispetto alla frontiera tecnologica. Quando le imprese operano lontano dalla frontiera, un aumento della concorrenza può ridurre gli incentivi a investire in innovazione, comprimendo i profitti attesi e rendendo più conveniente l’imitazione rispetto alla ricerca. Al contrario, per le imprese prossime alla frontiera, una maggiore pressione competitiva può stimolare l’innovazione, poiché solo attraverso nuovi avanzamenti tecnologici è possibile difendere o migliorare la propria posizione di mercato.

Questa intuizione porta Aghion a formulare la cosiddetta relazione a “U rovesciata” tra concorrenza e innovazione: livelli intermedi di concorrenza massimizzano gli incentivi a innovare, mentre livelli troppo bassi o troppo elevati risultano controproducenti. Tale risultato ha avuto un impatto significativo sul dibattito antitrust, spostando l’attenzione dall’analisi statica dei prezzi e delle quote di mercato alla valutazione dinamica degli effetti sull’innovazione.

Aghion utilizza anche evidenze empiriche, in particolare studi settoriali e analisi cross-country, per mostrare come mercati caratterizzati da un equilibrio tra protezione temporanea delle rendite e pressione competitiva tendano a registrare tassi di innovazione più elevati. Settori ad alta intensità tecnologica, come l’ICT o la farmaceutica, offrono esempi concreti di questa dinamica, in cui brevetti, concorrenza e innovazione interagiscono in modo complesso.

In questa prospettiva, la concorrenza non è un fine in sé, ma uno strumento che deve essere calibrato in funzione degli obiettivi di crescita e innovazione. La lezione di Aghion è che politiche concorrenziali miopi, orientate esclusivamente alla riduzione del potere di mercato nel breve periodo, possono compromettere la capacità di un’economia di innovare nel lungo periodo.

Implicazioni per le politiche economiche

Il contributo di Aghion ha avuto un impatto profondo e duraturo sul modo di concepire le politiche economiche per la crescita, proprio perché rompe con l’idea che lo Stato possa essere neutrale rispetto al processo innovativo. Nei modelli di crescita endogena, le decisioni pubbliche influenzano direttamente gli incentivi a innovare, la struttura dei mercati e la velocità della distruzione creatrice.

Un primo ambito cruciale riguarda le politiche della concorrenza. Aghion mostra come un’antitrust efficace non debba limitarsi a reprimere il potere di mercato in quanto tale, ma debba valutare l’impatto delle strutture industriali sugli incentivi all’innovazione. Mercati eccessivamente concentrati tendono a favorire rendite e inerzia tecnologica; mercati troppo frammentati, al contrario, riducono la capacità delle imprese di appropriarsi dei ritorni dell’innovazione. Ne deriva una visione dinamica dell’antitrust, orientata non solo all’efficienza statica ma alla crescita di lungo periodo.

Un secondo pilastro è rappresentato dall’istruzione e dalla ricerca. Nei lavori di Aghion, l’investimento in capitale umano avanzato – istruzione terziaria, ricerca scientifica, formazione tecnica – è una condizione necessaria affinché l’innovazione possa proseguire lungo la frontiera tecnologica. Le economie che non investono in queste aree rischiano di rimanere intrappolate in modelli di crescita basati sull’imitazione, con rendimenti decrescenti.

Aghion attribuisce inoltre un ruolo centrale ai mercati finanziari e alle istituzioni che facilitano l’accesso al capitale di rischio. L’innovazione radicale è intrinsecamente rischiosa e difficilmente finanziabile attraverso canali tradizionali. Sistemi finanziari capaci di sostenere l’assunzione di rischio – venture capital, mercati dei capitali sviluppati, strumenti di condivisione del rischio – diventano quindi parte integrante della strategia di crescita.

Infine, Aghion sottolinea la necessità di politiche di accompagnamento sociale. La distruzione creatrice genera inevitabilmente perdite occupazionali e dislocazioni territoriali. Senza sistemi di welfare, formazione continua e politiche attive del lavoro, il consenso sociale verso l’innovazione può erodersi, rallentando il processo stesso di crescita. In questa prospettiva, efficienza economica e coesione sociale non sono alternative, ma complementari.

Lo Stato, nel modello di Aghion, non è né un semplice arbitro né un pianificatore onnisciente: è un attore che contribuisce a disegnare le regole del gioco, influenzando profondamente la traiettoria dell’innovazione.

Implicazioni per imprese e organizzazioni

Dal punto di vista delle imprese, il pensiero di Aghion offre una lettura particolarmente esigente del capitalismo contemporaneo. In un contesto dominato dalla distruzione creatrice, nessun vantaggio competitivo può essere considerato permanente. L’innovazione non è un evento straordinario, ma una condizione ordinaria di sopravvivenza.

Le imprese operanti vicino alla frontiera tecnologica devono investire in modo continuo in ricerca e sviluppo, competenze avanzate e capacità organizzative dinamiche. Aghion distingue implicitamente tra imprese che competono sull’imitazione e imprese che competono sull’innovazione: solo le seconde sono in grado di sostenere tassi di crescita elevati nel lungo periodo.

Un aspetto rilevante riguarda il rapporto tra leadership di mercato e incentivi all’innovazione. Aghion mostra come le imprese leader possano cadere in trappole di rendita, rallentando il ritmo dell’innovazione una volta consolidata la propria posizione. La pressione competitiva, se ben regolata, agisce invece come stimolo al rinnovamento continuo, costringendo anche gli incumbent a investire per difendere la propria posizione.

Sul piano organizzativo, ciò implica strutture flessibili, capacità di riallocare rapidamente risorse e una cultura aziendale orientata alla sperimentazione. Le imprese che temono l’errore o proteggono eccessivamente asset esistenti rischiano di essere superate da nuovi entranti più agili.

Infine, il pensiero di Aghion suggerisce che l’innovazione d’impresa non può essere separata dal contesto istituzionale e competitivo in cui essa avviene. Le strategie aziendali sono profondamente influenzate dalle regole della concorrenza, dall’accesso al capitale e dalla qualità del capitale umano disponibile. In questo senso, la performance innovativa delle imprese è il risultato di un’interazione continua tra scelte manageriali e ambiente economico.

Critiche e dibattito aperto

Nonostante il suo successo, l’approccio di Aghion è stato oggetto di critiche. Alcuni economisti sottolineano la difficoltà di tradurre modelli teorici eleganti in raccomandazioni di policy precise. Altri mettono in discussione la capacità dei modelli di catturare pienamente la complessità dei processi innovativi reali.

Tuttavia, queste critiche non ne riducono l’importanza. Al contrario, testimoniano la vitalità di un filone di ricerca che continua a generare dibattito e a influenzare l’analisi economica contemporanea.

Conclusione

Philippe Aghion ha fornito all’economia una lente potente per comprendere la crescita come processo endogeno, competitivo e istituzionalmente mediato. Il suo contributo mostra che l’innovazione è al tempo stesso fonte di progresso e di tensioni, e che la qualità delle istituzioni determina se tali tensioni si risolvano in crescita sostenibile o in stagnazione.

Nel contesto attuale, il suo pensiero rimane essenziale per orientare politiche e strategie in un capitalismo sempre più fondato sull’innovazione.

Bibliografia essenziale commentata

  • Aghion, P., Howitt, P. (1992), “A Model of Growth Through Creative Destruction”. Articolo fondativo della teoria della crescita endogena schumpeteriana.
  • Aghion, P., Howitt, P. (1998), Endogenous Growth Theory. Sintesi sistematica del modello.
  • Aghion, P., Akcigit, U., Howitt, P. (2014), lavori su concorrenza e innovazione. Riferimenti chiave per il dibattito antitrust.
  • Aghion, P. (2009), The Economics of Growth. Testo di riferimento per le implicazioni di policy.

Giulio Fezzi

Presidente Phoenix Group

Giulio Fezzi (1973) è un imprenditore, fondatore e presidente di Phoenix Capital, la capogruppo del polo di consulenza manageriale e servizi tecnologici e operativi nato nel 2008 a Verona e oggi con una presenza strutturata in Italia, Europa e nel mercato USA con la consociata US Phoenix Spark Inc. sulle sedi di Houston e San Francisco. Autore di pubblicazioni in ambito economico, è stato Professore di Istituzioni di Economia ed Economia Politica all’Università di Verona e membro del Comitato Investimenti della Diocesi di Verona. È consigliere di amministrazione in diverse realtà del settore assicurativo e finanziario, tra cui AmTrust Assicurazioni e Compass Banca del Gruppo MPS.

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