13 Agosto 2026

Joel Mokyr: le radici culturali e istituzionali dell’innovazione

Autori
Innovation

Giulio Fezzi

Presidente Phoenix Group

Il Premio Nobel per l’Economia 2025 ha riconosciuto in Joel Mokyr una figura chiave per comprendere una domanda che attraversa il dibattito economico da oltre due decenni: perché alcune società riescono a trasformare la conoscenza in progresso economico sostenuto, mentre altre rimangono intrappolate in traiettorie di stagnazione, pur avendo accesso a tecnologie simili.

L’attualità del pensiero di Mokyr risiede nel fatto che egli sposta il fuoco dell’analisi dal che cosa viene inventato al contesto che rende possibile l’innovazione. In un’epoca in cui l’attenzione pubblica è spesso catturata da singole tecnologie – dall’intelligenza artificiale alle biotecnologie – Mokyr ricorda che il vero motore del progresso non è l’invenzione in sé, ma la capacità di una società di accumulare, validare e utilizzare conoscenza nel tempo.

Profilo biografico e formazione intellettuale

Joel Mokyr nasce nel 1946 nei Paesi Bassi, in un contesto europeo ancora profondamente segnato dalle distruzioni materiali e morali della Seconda guerra mondiale. La sua formazione intellettuale matura tra Europa e Stati Uniti, dove si afferma come uno dei principali storici economici della sua generazione.

Dopo gli studi iniziali, Mokyr costruisce la propria carriera accademica negli Stati Uniti, in particolare presso la Northwestern University, ambiente che favorisce un dialogo interdisciplinare tra economia, storia e scienze sociali. Questo contesto è determinante: Mokyr non si colloca mai pienamente all’interno della teoria economica formale, né rimane confinato nella storiografia descrittiva. La sua cifra distintiva è proprio la capacità di usare la storia come laboratorio per testare ipotesi economiche di lungo periodo.

La sua sensibilità verso il ruolo delle idee, delle credenze e delle istituzioni informali è il riflesso di una traiettoria biografica e intellettuale che attraversa tradizioni accademiche diverse, senza mai aderire completamente a una sola scuola.

Il contributo teorico fondamentale

Il cuore del contributo di Mokyr è l’idea che il progresso tecnologico sia guidato dalla produzione, selezione e diffusione della conoscenza utile, più che dall’accumulazione di capitale fisico o dal semplice avanzamento della scienza teorica. In The Lever of Riches (1990), Mokyr propone una distinzione destinata a diventare centrale nel dibattito sull’innovazione: quella tra conoscenza proposizionale (“what and why things work”) e conoscenza prescrittiva (“how to do things”).

La prima riguarda l’insieme delle spiegazioni, delle teorie e delle rappresentazioni causali del mondo naturale; la seconda concerne invece le tecniche, le procedure operative e le competenze pratiche. L’innovazione, nella lettura di Mokyr, emerge quando queste due forme di conoscenza interagiscono in modo virtuoso all’interno di un contesto che ne consente la circolazione, la verifica e il miglioramento cumulativo.

Un esempio ricorrente nei lavori di Mokyr è quello della Rivoluzione Industriale britannica. Tecnologie come la macchina a vapore non vengono interpretate come salti improvvisi dovuti a singoli inventori geniali, ma come il risultato di un lungo processo di sperimentazione, in cui conoscenze artigianali, osservazioni empiriche e progressi nella scienza naturale si rafforzano reciprocamente. James Watt, figura spesso mitizzata, opera in realtà all’interno di una rete di conoscenze condivise, istituzioni scientifiche e incentivi economici che rendono possibile la trasformazione dell’invenzione in applicazione diffusa.

In The Gifts of Athena (2002), Mokyr estende questa analisi mostrando come la crescita moderna sia il prodotto di una progressiva integrazione tra sapere teorico e sapere pratico. Non è la quantità di invenzioni a fare la differenza, ma la capacità di una società di apprendere dalle innovazioni, correggerle e adattarle a contesti produttivi diversi.

Innovazione come processo storico di lungo periodo

Uno degli elementi più originali del pensiero di Mokyr è la sua attenzione alla dimensione temporale e alla natura non lineare del progresso tecnologico. L’innovazione non è mai un evento puntuale, ma un processo cumulativo, caratterizzato da tentativi, errori, fallimenti e percorsi interrotti.

Mokyr insiste sul fatto che molte invenzioni restano a lungo prive di applicazioni economiche rilevanti. Nei suoi studi storici, richiama frequentemente casi in cui soluzioni tecnicamente valide vengono ignorate per decenni perché incompatibili con le strutture produttive esistenti o perché mancano le competenze complementari necessarie alla loro adozione. La storia della metallurgia, della chimica industriale o della meccanizzazione agricola mostra come l’adozione delle innovazioni dipenda spesso da fattori esterni alla tecnologia stessa.

Un riferimento concreto è il ruolo delle società scientifiche e delle accademie europee tra XVII e XVIII secolo. Mokyr sottolinea come istituzioni come la Royal Society non producessero direttamente innovazioni industriali, ma creassero un ambiente favorevole allo scambio di conoscenze, alla validazione delle scoperte e alla riduzione dei costi di accesso all’informazione. Questo ecosistema cognitivo rende possibile, nel lungo periodo, l’accelerazione innovativa.

In questa prospettiva, il progresso tecnologico appare come un processo fragile e reversibile. Periodi di rapido avanzamento possono essere seguiti da fasi di stagnazione o regressione, qualora vengano meno le condizioni istituzionali e culturali che sostengono la produzione di conoscenza.

Oltre il determinismo tecnologico

Mokyr rifiuta in modo esplicito ogni forma di determinismo tecnologico. Le tecnologie non si impongono automaticamente sulla base della loro efficienza intrinseca: esse competono con tradizioni consolidate, interessi economici esistenti e assetti istituzionali che possono favorirle o ostacolarle.

Nei suoi lavori storici, Mokyr mostra come corporazioni, monopoli legali e sistemi regolatori rigidi abbiano spesso rallentato o bloccato l’adozione di innovazioni potenzialmente trasformative. Al contrario, contesti caratterizzati da maggiore apertura istituzionale e concorrenza tra soluzioni alternative tendono a favorire la sperimentazione e la diffusione del nuovo.

Un esempio significativo riguarda il confronto tra Europa e Cina pre-moderna. Pur riconoscendo l’elevato livello tecnologico raggiunto dalla Cina imperiale in molte fasi storiche, Mokyr sottolinea come la minore frammentazione politica e la maggiore centralizzazione istituzionale abbiano ridotto gli incentivi alla sperimentazione competitiva rispetto all’Europa. Questa lettura non attribuisce il successo europeo a una superiorità tecnologica innata, ma a un assetto istituzionale che ha favorito la circolazione e la selezione delle idee.

Il progresso tecnologico, in questa visione, è sempre contingente. Dipende da istituzioni che proteggono la libertà di ricerca, da sistemi di incentivi che premiano l’errore produttivo e da una cultura che legittima il cambiamento. Senza questi elementi, anche le innovazioni più promettenti rischiano di rimanere marginali.

Implicazioni per le politiche economiche

Dal pensiero di Mokyr discende una visione delle politiche economiche che si colloca in netta discontinuità rispetto agli approcci focalizzati su interventi settoriali, sussidi tecnologici mirati o strategie di breve periodo. Se l’innovazione è un processo storico, cumulativo e fortemente dipendente dal contesto, allora il compito primario delle politiche pubbliche non è quello di produrre direttamente innovazione, ma di creare le condizioni affinché essa possa emergere e consolidarsi nel tempo.

Mokyr attribuisce un ruolo centrale all’istruzione, intesa non solo come accumulazione di capitale umano misurabile, ma come costruzione di capacità cognitive diffuse: pensiero critico, attitudine alla sperimentazione, apertura al cambiamento. In questa prospettiva, sistemi educativi rigidi, eccessivamente standardizzati o orientati esclusivamente all’efficienza di breve periodo rischiano di indebolire, nel lungo termine, la base stessa dell’innovazione.

Un secondo pilastro riguarda le istituzioni della conoscenza. Università, centri di ricerca, accademie scientifiche e reti professionali svolgono una funzione essenziale non tanto perché producono direttamente innovazioni commercializzabili, quanto perché riducono i costi di accesso all’informazione, favoriscono la validazione delle idee e rendono possibile l’accumulazione cumulativa del sapere. Politiche che comprimono l’autonomia di queste istituzioni o ne riducono la capacità di interazione con il resto della società possono avere effetti negativi persistenti.

Mokyr è inoltre scettico verso le politiche industriali eccessivamente dirigiste. Il tentativo di “scegliere i vincitori” tecnologici, soprattutto in contesti caratterizzati da elevata incertezza, rischia di irrigidire le traiettorie di sviluppo e di rafforzare rendite esistenti. Le politiche più efficaci, nella sua prospettiva, sono quelle che mantengono aperto lo spazio competitivo, consentendo la coesistenza di soluzioni alternative e lasciando che il processo di selezione avvenga nel tempo.

Ne deriva una visione della politica economica come architettura di contesto più che come strumento di controllo diretto: meno enfasi su obiettivi immediati, maggiore attenzione alla qualità delle istituzioni che sostengono la produzione e la diffusione della conoscenza.

Implicazioni per imprese e organizzazioni

Le implicazioni del pensiero di Mokyr per le imprese e le organizzazioni sono profonde e spesso controintuitive. Se l’innovazione è il risultato di un processo cumulativo di apprendimento, allora essa non può essere confinata a un singolo dipartimento, né delegata esclusivamente a funzioni specialistiche come la ricerca e sviluppo.

Mokyr suggerisce implicitamente che le imprese innovative di successo operano come vere e proprie comunità cognitive. Al loro interno, la conoscenza non è soltanto prodotta, ma condivisa, discussa, adattata e migliorata nel tempo. Ciò richiede strutture organizzative che favoriscano la circolazione delle informazioni, riducano le barriere tra funzioni diverse e valorizzino l’esperienza pratica tanto quanto il sapere formale.

Un aspetto centrale è la capacità di preservare una memoria organizzativa. Molte innovazioni falliscono non perché tecnicamente inefficaci, ma perché le organizzazioni non riescono a capitalizzare le lezioni apprese dai tentativi precedenti. In questa prospettiva, investire in processi di documentazione, formazione continua e trasferimento intergenerazionale delle competenze diventa un fattore competitivo di lungo periodo.

Il pensiero di Mokyr invita inoltre a riconsiderare il rapporto tra imprese e contesto esterno. Le organizzazioni non innovano in isolamento, ma all’interno di ecosistemi che includono università, fornitori, clienti e istituzioni. La capacità di interagire con questi attori, assorbendo conoscenza esterna e adattandola ai propri processi interni, è una delle principali fonti di vantaggio competitivo sostenibile.

In questa lettura, l’innovazione non è tanto una sequenza di breakthrough tecnologici, quanto una pratica organizzativa continua, che richiede pazienza, tolleranza dell’errore e una visione di lungo periodo. Le imprese che riescono a internalizzare questa logica sono quelle che trasformano il cambiamento tecnologico in crescita duratura.

Critiche e dibattito aperto

Il pensiero di Mokyr non è esente da critiche. Alcuni autori gli rimproverano un’eccessiva enfasi sui fattori culturali, difficilmente misurabili e quindi poco adatti a una verifica empirica rigorosa. Altri sottolineano che la sua interpretazione della Rivoluzione Industriale privilegia l’Europa nord-occidentale, rischiando di sottovalutare percorsi alternativi di sviluppo.

Queste critiche, tuttavia, non ne indeboliscono il contributo centrale, ma ne evidenziano piuttosto la natura programmatica: Mokyr apre un campo di ricerca più che chiuderlo.

Conclusione

Joel Mokyr ha contribuito in modo decisivo a spostare l’attenzione dell’economia dall’innovazione come evento tecnico all’innovazione come processo storico e sociale. La sua opera invita a guardare al progresso economico con uno sguardo più lungo e più profondo, capace di cogliere le condizioni invisibili che rendono possibile la crescita.

In un’epoca di rapida trasformazione tecnologica, il suo messaggio rimane di straordinaria attualità: senza istituzioni, cultura e conoscenza condivisa, l’innovazione resta una promessa incompiuta.

Bibliografia essenziale commentata

  • Mokyr, J. (1990), The Lever of Riches. Testo fondamentale in cui viene introdotta l’idea dell’innovazione come risultato dell’interazione tra conoscenza proposizionale e prescrittiva.
  • Mokyr, J. (2002), The Gifts of Athena. Approfondisce il ruolo della conoscenza utile e della sua diffusione nel processo di crescita moderna.
  • Mokyr, J. (2017), A Culture of Growth. Analizza in modo sistematico il ruolo delle idee, delle istituzioni e della cultura nella nascita della modernità economica europea.
  • Mokyr, J. (1999), “The British Industrial Revolution: An Economic Perspective”. Studio di riferimento per comprendere l’approccio storico-comparativo dell’autore.

Giulio Fezzi

Presidente Phoenix Group

Giulio Fezzi (1973) è un imprenditore, fondatore e presidente di Phoenix Capital, la capogruppo del polo di consulenza manageriale e servizi tecnologici e operativi nato nel 2008 a Verona e oggi con una presenza strutturata in Italia, Europa e nel mercato USA con la consociata US Phoenix Spark Inc. sulle sedi di Houston e San Francisco. Autore di pubblicazioni in ambito economico, è stato Professore di Istituzioni di Economia ed Economia Politica all’Università di Verona e membro del Comitato Investimenti della Diocesi di Verona. È consigliere di amministrazione in diverse realtà del settore assicurativo e finanziario, tra cui AmTrust Assicurazioni e Compass Banca del Gruppo MPS.

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