17 Settembre 2026

Il rischio di filiera nella top 5 delle aree di attenzione delle aziende italiane, ma solo 1 su 10 si considera molto esposta

Risk&Capital

Nel più ampio quadro dei rischi non-finanziari, quelli legati alla catena di fornitura e alla gestione dei processi aziendali stanno assumendo un peso sempre maggiore. Tra le aree di attenzione considerate più rilevanti dalle imprese italiane, la gestione di fornitori, appalti e filiera si colloca infatti al terzo posto, dopo i rischi digitali e di cybersecurity e quelli finanziari e di mercato.

Alla progressiva centralità del tema, tuttavia, non corrisponde una percezione altrettanto elevata della propria vulnerabilità. Solo il 10% delle aziende, infatti, si considera molto esposta lungo la catena di fornitura e nei processi operativi collegati, mentre il 57% si colloca su un livello intermedio e il 33% si ritiene poco o per nulla esposto. Uno scarto significativo, soprattutto se letto alla luce degli impatti potenziali. L’87% delle organizzazioni riconosce che un problema originato da un fornitore esterno può generare effetti a catena su operations, reputazione, clienti e costi.

È quanto emerge dallo studio di mercato “Gestione e percezione del rischio nei processi operativi. Continuità e nuove responsabilità nelle imprese italiane” realizzato da Gi HR Services, società di Gi Group Holding specializzata in outsourcing avanzato e consulenza operativa per l’amministrazione e la gestione delle risorse umane, con l’obiettivo di offrire una lettura articolata del livello di consapevolezza delle imprese, delle modalità di presidio adottate e delle principali traiettorie di evoluzione nella gestione del rischio di filiera.

La ricerca, presentata ieri in un evento dedicato presso il Palazzo del Lavoro di Milano, mette in relazione percezione del rischio, pratiche operative, modelli organizzativi e prospettive future, restituendo un quadro utile per comprendere come le imprese stiano affrontando un tema destinato a incidere in misura crescente sulla continuità, sulla resilienza e sulla competitività del business.

Rischio di filiera, terza area di attenzione per le aziende italiane

Nel quadro dei rischi oggi considerati più rilevanti dalle organizzazioni, al primo posto si collocano quelli digitali e di cybersecurity, indicati dal 46% del campione, seguiti dai rischi finanziari e di mercato, citati dal 41%. Al terzo posto emergono quelli legati a fornitori, appalti e catena di fornitura, indicati dal 29% delle aziende, davanti ai rischi reputazionali e relazionali con clienti e partner (28%) e al rischio geopolitico (28%).

Quel 29% assume particolare rilievo se rapportato alla struttura stessa delle filiere, considerando che il 62% delle realtà opera su più livelli o attraverso una rete di subfornitura mediamente estesa, mentre il 68% ricorre anche a contratti di appalto. Questo significa che, per molte imprese, il rischio di filiera si inserisce in modelli operativi già estesi e articolati, in cui aumentano i potenziali punti di vulnerabilità e diventa più difficile circoscrivere il controllo ai soli fornitori diretti.

Subfornitori e fornitori storici: le “zone cieche” del monitoraggio della catena

È proprio oltre il primo livello della catena che emergono alcune delle principali aree che le aziende tendono a sottovalutare: la prima riguarda i subfornitori, indicati dal 46% delle organizzazioni come gli attori che espongono maggiormente al rischio di filiera. A questa consapevolezza, però, non corrisponde ancora un presidio altrettanto esteso, tanto che la visibilità effettiva oltre il primo livello resta limitata, con solo circa il 20% delle imprese che monitora i fornitori di secondo livello e appena il 2% quelli di terzo livello.

La seconda area riguarda i fornitori storici. Solo il 17% delle aziende li indica tra gli attori che espongono maggiormente al rischio, un dato che suggerisce come le relazioni consolidate nel tempo tendano a essere percepite come intrinsecamente affidabili. Proprio questa fiducia, però, può ridurre la frequenza di riesame e verifica, rendendo meno visibili eventuali criticità emerse nel corso del rapporto.

C’è poi il nodo della misurazione. Il 28% delle realtà dichiara di aver subito una perdita legata a problemi lungo la supply chain, ma solo il 12% del campione è stato in grado di quantificarne l’impatto. Un divario che rende più complesso definire priorità, allocare risorse e costruire strumenti efficaci di prevenzione e mitigazione.

Le vulnerabilità emergono nella gestione quotidiana

Lo studio evidenzia come il rischio di filiera non sia legato solo a shock esterni o eventi eccezionali, ma emerga spesso nella gestione ordinaria dei processi. Il 38% delle organizzazioni riconosce nei picchi di attività e nelle urgenze le condizioni in cui i rischi tendono più facilmente a sfuggire al controllo; la stessa quota segnala le pressioni su costi e tempi, che possono ridurre la qualità dei presidi e favorire scorciatoie operative.

Un ulteriore fattore di vulnerabilità è rappresentato dal ricorso prevalente a controlli documentali, non sempre accompagnati da verifiche operative o da altri controlli sostanziali. Il 35% delle imprese segnala infatti questa condizione tra quelle che possono rendere più difficile intercettare tempestivamente le criticità lungo la filiera.

Quando il rischio si manifesta, gli impatti sono però chiari. Il 41% delle aziende indica il danno reputazionale e l’impatto sull’immagine del brand tra le principali conseguenze, mentre perdita di clienti, commesse o opportunità commerciali e interruzioni operative o blocco delle attività sono indicate entrambe dal 40%.

La consapevolezza cresce, i presidi ancora in evoluzione

La crescente attenzione al tema non si traduce ancora, in molti casi, in modelli pienamente strutturati. Il 29% delle imprese non dispone oggi di un presidio interno o esterno continuativo per la gestione dei rischi, mentre solo il 12% ritiene il proprio sistema di controllo completamente adeguato. La maggioranza, pari al 57%, lo valuta invece solo parzialmente adeguato.

Anche la definizione delle responsabilità sul presidio dei rischi di filiera resta un nodo aperto, tanto che solo il 29% delle imprese ritiene che siano chiaramente definite all’interno dell’organizzazione, mentre il 45% concorda parzialmente. Un dato che conferma la natura trasversale del rischio di filiera, che coinvolge funzioni differenti e richiede un coordinamento tra competenze diverse e una maggiore integrazione delle responsabilità organizzative.

Il rischio di filiera nei prossimi 2-3 anni

Guardando al prossimo futuro, il 61% delle organizzazioni ritiene che il rischio di filiera sarà più rilevante e il 57% prevede di rafforzarne il presidio. Il percorso appare però ancora graduale nell’adozione di strumenti strutturati – a conferma della fase preliminare in cui molte aziende si trovano – con solo il 10% che prevede un intervento di rafforzamento molto significativo. Tra gli aspetti prioritari spiccano una definizione più puntuale dei criteri di qualifica e selezione dei fornitori, una maggiore tracciabilità dei dati e una migliore integrazione tra i sistemi.

In questo scenario cresce l’apertura verso il supporto di partner esterni qualificati, considerato importante dal 71% delle imprese. Gli ambiti in cui questo supporto viene ritenuto più utile sono le verifiche operative e i controlli periodici sul campo, come gli audit lungo la filiera, indicati dal 38% delle aziende, seguiti dalla definizione di standard, requisiti e procedure di presidio (34%) e dal monitoraggio continuativo con attività di reporting (33%).

A frenare il coinvolgimento di partner esterni sono soprattutto vincoli economici e organizzativi. Il 46% delle imprese cita il budget limitato o altre priorità di spesa, il 38% considera sufficienti le risorse interne e il 36% evidenzia la complessità della condivisione dei dati con soggetti esterni.

“Abbiamo realizzato questo studio di mercato per offrire una lettura più approfondita circa un tema che sta assumendo un peso crescente nelle agende strategiche delle imprese. I risultati confermano una consapevolezza ormai diffusa e la necessità di compiere un ulteriore passo avanti nella strutturazione dei presidi, nella continuità del monitoraggio e nella capacità di misurare gli impatti – dichiara Marcello Belmonte, Managing Director di Gi HR ServicesGovernare il rischio di filiera significa oggi proteggere la continuità operativa, la reputazione, la compliance e la solidità del business. Per questo, il ruolo di un partner esterno qualificato può essere particolarmente utile, affiancando le responsabilità interne con un supporto specialistico capace di rendere più efficace il presidio, portare metodo e capacità di verifica e offrire una lettura integrata dei processi. È un passaggio decisivo per trasformare la consapevolezza in governance e la gestione del rischio in una leva di resilienza”.

Per scaricare lo studio completo: https://www.gihrservices.it/news/gestione-e-percezione-del-rischio-scarica-lo-studio/