Tratto dal libro di Federico Capeci con “Generazione 2.0″ (Franco Angeli, 2014).
I giovani di oggi, al lavoro, sono proprio strani!
Quando ero ragazzo io, la cosa che più mi attraeva era l’idea di poter entrare in una grande azienda, la sua storicità, avere uno stipendio alto che potesse sancire i miei passi di carriera. Oggi i Millennials sono diversi.
Ciò che conta è la meritocrazia: la certezza di esser ripagati, concretamente o in modo simbolico, per la propria crescita e per il proprio impatto sull’organizzazione. Lo riportavo qualche mese fa su Linkiesta e ne sono ancora più convinto ora.
Si tratta di un cambiamento epocale che chi gestisce personale e ha a cuore il benessere organizzativo di un’azienda deve tener ben presente.
Richiedere meritocrazia prima di tutto significa poter fare affidamento su un sistema virtuoso tra dipendente e azienda che sappia mettere in gioco e stimolare il meglio di ciascuno: l’azienda fornisce al dipendente gli strumenti per realizzare i propri talenti, il dipendente dà in cambio all’azienda il frutto dei propri talenti. E così via, in modo circolare.
Questo sistema invece si interrompe quando l’azienda non fornisce stimoli e strumenti, o quando il dipendente non dà più i frutti del proprio lavoro.
Come gestire, quindi, questo processo circolare? Come poter alimentare un processo di creazione di valore per entrambe le parti così fatto?
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25 Agosto 2015
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