29 Giugno 2026

Ritorna il territorio?

Autori
M&A

Giulio Fezzi

Presidente Phoenix Group

Domenica 7 giugno 2026 Banco BPM ha compiuto una mossa destinata a riaprire, con forza, il grande risiko bancario italiano. Il consiglio di amministrazione dell’istituto guidato da Giuseppe Castagna ha infatti deliberato all’unanimità di proporre a Monte dei Paschi di Siena una “aggregazione concordata” tra i due gruppi, secondo la formula del merger of equals, la fusione tra pari. L’operazione darebbe vita a un gruppo con oltre 50 miliardi di capitalizzazione di mercato, circa 6 miliardi di utile netto potenziale a regime e oltre 1,1 miliardi di sinergie stimate.

Fin qui la cronaca finanziaria.

Ma nella comunicazione di Banco BPM c’è un passaggio che merita forse più attenzione delle sinergie, dei multipli o delle quote di mercato. Un passaggio quasi controcorrente nel linguaggio della finanza contemporanea. La banca sottolinea infatti la volontà di preservare il DNA dei due istituti, valorizzarne le rispettive culture, salvaguardare i brand storici, le sedi e il radicamento territoriale. (We Wealth)

È un tema che potrebbe apparire secondario agli occhi dei mercati. Non lo è affatto.

Perché dietro questa proposta si nasconde una domanda molto più ampia: le grandi aggregazioni bancarie degli ultimi trent’anni hanno creato o distrutto valore per i territori?

La risposta dipende naturalmente dal punto di vista adottato.

Se osserviamo i dati di Borsa, molte operazioni hanno certamente generato valore per gli azionisti. Alcuni gruppi sono diventati più efficienti, meglio capitalizzati, più competitivi sul piano europeo. Le economie di scala hanno consentito investimenti tecnologici altrimenti impossibili. La vigilanza bancaria europea stessa ha spesso guardato con favore ai processi di consolidamento.

Ma se spostiamo l’attenzione dai mercati finanziari alle economie locali, il quadro diventa assai meno lineare.

L’Italia del credito era nata e cresciuta come un mosaico di banche territoriali. Casse di risparmio, banche popolari, istituti cooperativi e banche locali non erano soltanto intermediari finanziari. Erano istituzioni economiche e sociali. Conoscevano imprenditori, famiglie, professionisti. Finanziavano progetti che nessun algoritmo avrebbe approvato. Erano luoghi di accumulazione di capitale relazionale.

Molte di quelle realtà oggi non esistono più.

In numerosi casi le fusioni hanno prodotto gruppi più grandi ma hanno anche comportato lo svuotamento progressivo dei centri decisionali locali. Le sedi sono state trasferite. Le funzioni strategiche concentrate. Le direzioni territoriali trasformate in strutture commerciali prive di reale autonomia. Le fondazioni bancarie, dove esistono ancora, spesso si sono trovate a presidiare territori che non controllano più.

La questione non riguarda soltanto il credito.

La stessa dinamica è osservabile in numerosi comparti dell’economia italiana. Nel settore assicurativo, ad esempio, molte compagnie storicamente radicate nei territori sono state assorbite da gruppi nazionali o internazionali. Nel settore industriale numerosi marchi storici sono confluiti in conglomerati multinazionali. In molti casi il valore economico è rimasto; il valore territoriale molto meno.

Il problema è che il mercato tende a misurare ciò che è facilmente misurabile.

Misura il prezzo delle azioni. Misura l’utile per azione. Misura il cost-income ratio. Misura il CET1.

Molto più difficile è misurare ciò che accade quando un territorio perde un centro decisionale.

Quanto vale, per una città, avere una sede direzionale che assume, investe, sponsorizza iniziative culturali, sostiene università, finanzia progetti sociali? Quanto vale la presenza di manager che vivono sul territorio e che sul territorio prendono decisioni? Quanto vale la possibilità per un imprenditore di confrontarsi con un decisore che conosce realmente il contesto economico in cui opera?

Sono variabili che raramente entrano nei modelli finanziari.

Eppure spesso rappresentano la differenza tra un ecosistema vivo e un territorio che diventa semplice periferia amministrativa.

È un tema che richiama direttamente alcune riflessioni sviluppate nel paper “Microecosofia”, scritto un paio di anni fa, nel quale si sostiene la necessità di riportare l’attenzione economica dalla dimensione dei grandi aggregati a quella della persona, della comunità e del territorio. Il documento evidenzia come molte esperienze economico-sociali locali siano state progressivamente sacrificate sull’altare di logiche esclusivamente dimensionali e finanziarie, perdendo quel patrimonio di relazioni che costituiva la loro vera forza.

La provocazione della Microecosofia è semplice quanto scomoda: forse non sempre ciò che crea valore per il sistema nel suo complesso crea valore anche per le comunità che quel sistema dovrebbero alimentarlo.

Non significa sostenere che “piccolo è bello”.

Non significa neppure negare che in molti settori la dimensione sia diventata una necessità competitiva.

Le sfide tecnologiche, gli investimenti in cybersecurity, l’intelligenza artificiale, la compliance regolamentare e la competizione europea richiedono oggi masse critiche che poche realtà locali potrebbero sostenere autonomamente.

La domanda, semmai, è diversa.

È possibile costruire gruppi grandi senza desertificare i territori?

È possibile realizzare economie di scala mantenendo economie di prossimità?

È possibile concentrare capitale senza concentrare anche tutte le decisioni?

La proposta Banco BPM–MPS sembra voler rispondere positivamente a queste domande. Almeno nelle intenzioni dichiarate. La tutela dei brand, delle sedi storiche e del radicamento territoriale viene infatti presentata come uno degli elementi qualificanti dell’operazione. (We Wealth)

Naturalmente la storia insegna prudenza.

Molte fusioni sono state accompagnate da rassicurazioni analoghe. Col passare degli anni, tuttavia, le logiche di efficienza hanno spesso prevalso sulle promesse iniziali. Le centrali decisionali si sono concentrate. I territori hanno perso peso. Le economie locali si sono ritrovate con sportelli, ma senza più una vera banca.

Per questo la partita che si apre oggi va osservata andando oltre i numeri.

Le sinergie previste sono importanti. I benefici per gli azionisti possono essere rilevanti. La creazione di un secondo grande polo bancario italiano potrebbe rafforzare la competitività del sistema nazionale. Tutto vero.

Ma il vero test sarà un altro.

Tra dieci anni Siena sarà ancora Siena? Verona sarà ancora Verona? Milano conserverà il proprio ruolo? I territori continueranno a essere luoghi in cui si produce strategia o diventeranno semplicemente mercati da servire?

Perché alla fine una banca non è soltanto un insieme di attivi e passivi.

È un’infrastruttura di fiducia.

E la fiducia, a differenza del capitale, non nasce nei bilanci. Nasce nelle relazioni.

Forse è proprio questo il punto più interessante della proposta avanzata da Banco BPM. Non tanto la creazione di un nuovo gigante bancario, quanto il fatto di aver riportato al centro del dibattito una parola che la finanza contemporanea ha spesso dimenticato: territorio.

Una parola apparentemente piccola.

Ma che, in un Paese come l’Italia, potrebbe essere molto più importante di qualche miliardo di sinergie.

Giulio Fezzi

Presidente Phoenix Group

Giulio Fezzi (1973) è un imprenditore, fondatore e presidente di Phoenix Capital, la capogruppo del polo di consulenza manageriale e servizi tecnologici e operativi nato nel 2008 a Verona e oggi con una presenza strutturata in Italia, Europa e nel mercato USA con la consociata US Phoenix Spark Inc. sulle sedi di Houston e San Francisco. Autore di pubblicazioni in ambito economico, è stato Professore di Istituzioni di Economia ed Economia Politica all’Università di Verona e membro del Comitato Investimenti della Diocesi di Verona. È consigliere di amministrazione in diverse realtà del settore assicurativo e finanziario, tra cui AmTrust Assicurazioni e Compass Banca del Gruppo MPS.

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