Nell’attuale contesto internazionale, per il 38% degli italiani l’appartenenza all’UE aumenta la vulnerabilità del Paese, solo il 26% la considera una fonte di sicurezza. A orientare queste opinioni sono soprattutto le preoccupazioni economiche: il caro vita pesa per il 71% degli italiani, mentre il 27% teme limitazioni alla libertà di viaggiare e spostarsi
È quanto emerge da una nuova ricerca di Changes Unipol, realizzata con Ipsos, sulle opinioni degli italiani sull’attuale scenario geopolitico ed economico mondiale. Dall’indagine emerge inoltre che:
L’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea
- Nell’odierno scenario geopolitico, l’Unione Europea è percepita come un fattore di vulnerabilità soprattutto sugli approvvigionamenti di energia e materie prime (41%), sul peso e l’influenza dell’Italia sulla scena internazionale (41%) e sulla protezione dalle crisi finanziarie (40%);
- Generazioni divise: i Baby Boomer sono la generazione che vede l’UE più come fonte di sicurezza, soprattutto per la gestione di crisi sanitarie globali (34%) e nel conferire peso all’Italia sulla scena internazionale (28%); al contrario, la Generazione X la percepisce maggiormente come fonte di vulnerabilità, anzitutto per approvvigionamenti di energia e materie prime (44%);
Il futuro dell’Unione Europea
- Il 41% degli italiani individua nell’autonomia strategica su energia, materie prime e farmaci la priorità per la sicurezza dell’UE; nelle aree metropolitane, il 31% segnala anche la necessità di rafforzare la competitività economica europea rispetto a Stati Uniti e Cina;
- Il 36% chiede più integrazione europea, mentre solo il 26% degli italiani vorrebbe restituire maggiore sovranità agli Stati membri.
In un contesto internazionale segnato da conflitti, tensioni geopolitiche e pressioni economiche, il sentimento prevalente tra gli italiani è quello di una sicurezza sempre più fragile e incerta.
La nuova ricerca “Instabilità globale. Europa sotto esame”, realizzata da Changes Unipol in collaborazione con Ipsos, evidenzia come 6 italiani su 10 (dato che sale a 7 su 10 tra i Baby Boomers), auspichino un rafforzamento del ruolo dell’Unione Europea, con maggiori poteri decisionali in ambiti strategici come economia, difesa e politica estera.
Una richiesta che non nasce da un sentimento di piena fiducia nell’organismo sovranazionale, ma dalla consapevolezza che, in un contesto globale sempre più complesso, nessun Paese può affrontare da solo le sfide in atto. Un 36% vorrebbe, infatti, una maggiore integrazione tra i Paesi europei, al contrario il 26% preferirebbe riportare maggiore controllo a livello nazionale, una frattura che segue in parte linee generazionali: le fasce più mature spingono con maggiore decisione verso un’Europa più forte e integrata, mentre le generazioni più giovani appaiono più orientate a preservare l’attuale equilibrio di poteri, puntando su una cooperazione efficace tra Stati membri.
Nell’attuale contesto internazionale, per il 38% degli italiani l’appartenenza all’UE aumenta la vulnerabilità del Paese mentre solo il 26% considera invece l’Europa una fonte di sicurezza. Il divario è particolarmente evidente su tre dimensioni chiave. La percezione di vulnerabilità cresce in modo significativo rispetto al peso e all’influenza dell’Italia sulla scena internazionale, indicata come fattore di sicurezza dal 23% degli italiani a fronte di un 41% che la considera invece una criticità. Una dinamica analoga emerge sul piano della stabilità economica, dove il 24% riconosce un ruolo protettivo all’Unione Europea, mentre il 40% ne evidenzia i limiti. Infine, il 41% degli italiani evidenzia vulnerabilità rispetto agli approvvigionamenti di energia, gas e materie prime rispetto a un 27% che rimarca l’appartenenza all’UE come fattore di sicurezza.
Opinioni che si dividono in base alle generazioni: i Baby Boomer sono la generazione che vede l’UE più come elemento di sicurezza, soprattutto per la gestione di crisi sanitarie globali (34%) e nel conferire peso all’Italia sulla scena internazionale (28%); al contrario, la Generazione X la percepisce maggiormente come fonte di vulnerabilità, anzitutto per approvvigionamenti di energia e materie prime (44%).
Questa percezione non si traduce però in un rifiuto del progetto europeo, quanto piuttosto in una richiesta di evoluzione in un’Europa meno esposta e più autonoma, meno dipendente e più capace di agire. Non a caso, la priorità indicata trasversalmente a tutte le età con maggiore chiarezza dal 41% degli italiani riguarda il rafforzamento dell’autonomia strategica dell’Unione, in particolare su energia, materie prime e farmaci. Nelle aree metropolitane, il 31% segnala anche la necessità di rafforzare la competitività economica europea rispetto a Stati Uniti e Cina.
A orientare la percezione di vulnerabilità sono soprattutto le preoccupazioni economiche: il caro vita emerge come il principale fattore di inquietudine, indicato dal 71% degli italiani. Un dato che attraversa tutte le fasce d’età (dal 61% della Generazione Z all’82% dei Baby Boomer) e che rende tangibile l’impatto delle dinamiche globali sulle scelte e sulle prospettive individuali.
Accanto a questa preoccupazione condivisa, si delineano timori specifici legati alle diverse fasi della vita. Il 30% della Gen Z e il 29% dei Baby Boomer temono un aumento delle tensioni sociali, segnale di una percezione diffusa di possibile instabilità interna. I Baby Boomer esprimono, inoltre, una maggiore sensibilità verso rischi come gli attentati terroristici, che preoccupano il 40% di loro, la perdita di valore di risparmi e investimenti, indicata dal 35%, e l’aumento dei flussi migratori, segnalato dal 30%. Emerge, al quarto posto, il timore legato alle limitazioni della libertà di viaggiare e spostarsi, che riguarda il 27% degli italiani e si distribuisce in modo piuttosto uniforme tra le diverse generazioni.
Dall’indagine emerge poi che quasi la metà degli italiani non si sente al sicuro in Italia e in Europa, un dato che segna una distanza crescente rispetto a un passato recente percepito come più stabile. L’insicurezza si amplifica ulteriormente quando lo sguardo si sposta oltre i confini europei: 8 italiani su 10 affermano di non sentirsi sicuri nei Paesi extraeuropei. All’interno di questo quadro, il tema della sicurezza non è percepito in modo uniforme. I Baby Boomer rappresentano la fascia più esposta al senso di vulnerabilità, per cui il 49% dichiara di sentirsi oggi meno sicuro in Italia rispetto al passato e la percezione di insicurezza raggiunge il 91% quando si considera il contesto globale.
Di segno opposto la visione delle generazioni più giovani. Il 60% della Gen Z afferma di sentirsi sicura in Italia e il 27% estende questa percezione anche allo scenario internazionale. Più che una semplice differenza anagrafica, emerge una diversa chiave di lettura del presente: da un lato chi percepisce una perdita di stabilità rispetto a un equilibrio conosciuto, dall’altro chi si muove con maggiore familiarità all’interno di un contesto che è sempre stato percepito come fluido.
In un contesto in cui i riferimenti globali appaiono più incerti, la fiducia tende a concentrarsi su ciò che è percepito come vicino e concreto. 6 italiani su 10 indicano nella Protezione Civile e nelle Forze dell’Ordine i principali punti di riferimento in situazioni di crisi, a conferma del valore attribuito a presidi operativi e tangibili.
Accanto a questa dimensione di prossimità, si affianca una fiducia selettiva verso gli attori istituzionali sovranazionali. Il 45% degli italiani dichiara che si affiderebbe alla NATO, una quota che sale al 50% tra i più giovani, mentre circa 4 italiani su 10 ripongono fiducia nello Stato italiano nell’Unione Europea e nelle autorità locali. Un equilibrio che riflette la ricerca di protezione su più livelli, ma senza un punto di riferimento univoco.









