«Non passa lo straniero» è stato a lungo il leitmotiv che ha caratterizzato le analisi sul mercato degli studi legali d’affari in Italia. Gli intrecci tra economia e finanza, sublimati dai patti di sindacato, hanno tenuto per anni ai vertici i medesimi noti, abili a intessere relazioni personali ai più alti vertici delle banche e delle imprese.
La situazione è improvvisamente cambiata con la crisi, che ha mandato in soffitta i patti e spinto gli investitori finanziari a concentrarsi sul proprio core business.
Le ultime rilevazioni di Mergermarket sull’m&a (si veda, tra gli altri, Affari Legali – Italia Oggi Sette del 20 ottobre scorso) hanno evidenziato questo cambio di rotta, con gli studi internazionali che hanno preso i vertici della classifica relativa alle operazioni condotte in Italia (nei primi nove mesi del 2014 il primato è andato a Clifford Chance, solo undicesima un anno fa), relegando più indietro i grandi nomi italiani.
Un’ulteriore conferma arriva dall’analisi sulla Web Reputation degli studi legali, curata da Reputation Manager e BeMedia, che Affari Legali – Italia Oggi Sette pubblica in esclusiva.
Il campo di analisi
Le due società hanno analizzato tutto ciò che su Internet si dice di 20 grandi studi presenti nel nostro paese.
Tredici sono italiani, vale a dire Bonelli Erede Pappalardo; Carnelutti; Chiomenti; Cba; D’Urso Gatti e Bianchi; Gianni Origoni Grippo cappelli e partner; Grimaldi e associati; Lombardi Molinari e associati; Ls Lexjus Sinacta; Pavia e Ansaldo; Pirola Pennuto Zei e associati; Nctm e Tonucci.
Gli altri sette stranieri: Cleary Gottlieb; Clifford Chance; Dla Piper; Eversheds; Freshfields; Linklaters e Orrick.
Ciascuno studio è stato valutato secondo un punteggio che va da 0 a 10, considerando quattro macro-aree che definiscono i contorni della reputazione online: la presenza istituzionale, riferibile in primo luogo al sito Internet «aziendale» (questo indicatore vale complessivamente 1,5 punti, con i sotto-aree rappresentate dal design, l’usabilità, la ricchezza informativa, la potenzia del dominio e la frequenza di aggiornamento); la presenza enciclopedica (che considera la presenza su Wikipedia, il livello di approfondimento e le case history citate, per un’incidenza complessiva di 2,6 punti); la presenza nel cosiddetto Web 1.0 (che conta per 4,1 punti tra presenza nelle news, mention nei titoli dei contenuti e mention totali, presenza nei social e qualità dei contenuti); infine la presenza nel mondo del Web 2.0 (che considera i forum e i social network e che pesa fino a 1,8 punti tra volumetrica e presenze lesive).
Segue nel quotidiano
Fonte: Italia Oggi
24 Dicembre 2014
Web reputation, per gli studi italiani l'immagine non conta
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