Riprendiamo da dove ci eravamo lasciati due settimane (per leggere prima parte collegarsi qui: http://ilbroker.it/2014/11/04/assicurazioni-ripartiamo-dal-welfare-emanuele-sigismondi/ ) fa quando, analizzando il sistema di welfare italiano, avevamo visto come lo stesso non fosse sostenibile nel medio-lungo periodo, lasciando ampio margine, già da diversi anni, a una compensazione nel sistema a carico della spesa privata (c.d. “out of pocket”), anch’essa però messa a dura prova dalla crisi.
Il rapporto “Welfare italia 2014. Laboratorio per le nuove politiche sociali” curato da Censis per Unipol assicurazioni mette in risalto come la spesa out of pocket italiana sia motivata innanzitutto dai tempi lunghissimi del sistema sanitario ma assestata su una percentuale del 20% della spesa sanitaria pro capite complessiva, a non grande distanza da paesi dai livelli di reddito e dal sistema di welfare più elevati del nostro. Tanto per fare un esempio il rapporto, elaborando dati Ocse, mette in evidenza come la spesa out of pocket italiana nel periodo compreso tra il 2005 e il 2012 sia stata pari a 602,6 dollari pro-capite, inferiore ai 677,9 della Svezia e, seppure non di molto, ai 629,3 della Germania ma superiore ai 584,4 delle Danimarca e ai 319,9 delle Francia. La ragione di questa spesa privata, così elevata in tutti i paesi europei, sempre secondo il rapporto, andrebbe ricercata non tanto nel deficit del sistema sanitario nazionale quanto nella volontà di uniformare il trattamento sanitario al più elevato tenore di vita corrente dei nostri giorni.
In Italia il discorso è un po’ più controverso. La malasanità, i lunghi tempi d’attesa (soprattutto), la volontà di avere degli elevati standard medici a propria disposizione da un lato, dall’altro lato la percezione della spesa sanitaria privata come un’ingiustizia, stante il pesante sistema tributario esistente, oltre soprattutto alla crisi economica che continua a picchiare duro. Di fatto ci troviamo come in una terra di mezzo con una grossa domanda di protezione ancora insoddisfatta. Sì, perché oltre al problema sanitario esiste anche un altro importante problema che è quello legato all’assistenza dei disabili, settore che il sistema nazionale italiano non riesce a coprire ma che pesa sull’economia reale non solo in termini immediatamente e puramente economici. Nell’area Ocse l’Italia è il paese con la più elevata percentuale di familiari e amici che prestano servizio a persone disabili, ritardando il proprio ingresso nel mercato del lavoro o ponendo serie limitazioni alla propria vita lavorativa. Parliamo del 16,2% in Italia contro il 15,3% di Spagna, il 15,2% del Regno Unito. Se analizziamo poi i paesi di forte tradizione welfare con i quali operiamo il maggiore confronto il divario si allarga: 11% per la Germania, 9,3% per la Danimarca, 8% per la Svezia. Inoltre, l’assistenza a persone anziane e disabili, se organizzata attraverso canali diversi, come assistenti o badanti, molto spesso è caratterizzata da non eccezionali livelli di professionalità.
Arriviamo dunque a parlare della white economy, ovvero tutta quella rete di operatori privati, caratterizzati da un elevato grado di professionalità, i quali si occupano di servizi alla persona, non solo in merito alla cura e all’assistenza della salute ma anche in merito all’assistenza personale, settore quest’ultimo che il servizio di welfare nazionale lascia totalmente scoperto. Il termine white economy è piuttosto ampio. Con esso non andiamo a individuare soltanto medici e infermieri ma anche tutto il cluster produttivo dell’industria farmaceutica e della fabbricazione di apparecchi biomedicali e di alta diagnostica oltre ovviamente a tutto il settore dei servizi di assistenza domiciliare ai disabili, la c.d. long term care, che poi è la componente della white economy più richiesta ed è quella che ha trainato la crescita del settore tra il 2005 e il 2012. Paradossalmente si tratta anche della parte che richiederebbe una maggiore crescita a livello di professionalizzazione e innalzamento delle competenze oltre a una richiesta di maggiore facilità di reperimento dell’offerta. La cifra riportata sul rapporto 2014 parla di un valore della produzione, comprensivo di tutto il settore, di 186 miliardi di euro annui con un’occupazione superiore a 2,7 milioni di unità, dato che sarebbe interessante andare a ricalcolare potendo, ipoteticamente, aggiungere tutta la non esigua fetta di lavoro sommerso che grava intorno al badantato. Inoltre nel campo della white economy andrebbero anche considerate tutte le somme di ricerca e sviluppo per l’evoluzione del sistema. Insomma, i numeri ci sono, la richiesta anche, sarebbe necessario un importante investimento per la modernizzazione e la crescita del settore in termini di facilità di fruibilità dei servizi. La fruibilità dei servizi è il punto più utile da rimarcare poiché, soprattutto in tema di assistenza alla persona, molto spesso il cittadino si organizza in maniera “fai da te” poiché ignaro in merito a dove andare a reperire determinati servizi, o perché li considera difficilmente accessibili in termini di costi, o perché ritiene che un servizio professionale e strutturato possa essere svolto soltanto con permanenza stabile in centri specializzati, case di riposo. Quest’ultima è ormai gestita come extrema ratio, ricercando in prima istanza, come detto, soluzioni di assistenza domiciliare che permettano al degente di continuare a vivere nella propria abitazione. Un investimento per la crescita del settore operato solo ed esclusivamente a livello di welfare statale non sarebbe assolutamente praticabile in termini economici. Un’offerta combinata pubblico-privata, oltre ad essere qualitativamente più elevata, avrebbe come conseguenza quella della messa in moto di un settore che, a livello economico, come abbiamo visto, è capace di generare cifre e utili interessanti e che, se sviluppato con il reinvestimento di un buon margine di utili, potrebbe diventare un fiore all’occhiello del Belpaese anche in un’ottica di ripartenza generale dell’economia. Il settore assicurativo da tutto questo può trarre un enorme business ponendosi come canale di intermediazione principe in un paese che possiede degli scarsissimi livelli di coperture assicurative in campo medico e sanitario. Innanzitutto l’intermediazione assicurativa, se ben articolata, avrebbe il grande vantaggio di mettere materialmente a conoscenza il proprio assicurato/interlocutore in merito alle possibilità e alle offerte di servizi medici e soprattutto di servizi di assistenza alla persona. Inoltre si porrebbe come intermediario economico permettendo agli assicurati, a prezzi accessibili, di usufruire di possibilità mediche e assistenziali alle quali gli stessi non potrebbero mai accedere con il proprio risparmio personale, in un momento come questo dove le famiglie che riescono a risparmiare, sempre secondo la ricerca, toccano appena il 16% del totale. In parole povere non più solo il risparmio come cuscinetto di protezione, ma anche l’assicurazione.
Per fare questo occorrerebbe però ripensare a una nuova strutturazione, ovviamente parziale, del mercato delle polizze malattia il quale, allo stato attuale, non si pone ancora al 100% come interlocutore del cittadino né in termini di professionalità ed efficacia dei servizi, che vengono spesso erogati con modalità non all’altezza del mercato sul quale le compagnie intendono competere, né in termini di costi, perché le polizze malattia, soprattutto nel mercato retail, spesso sono ancora percepite come fuori dalla portata di un budget di famiglia media. Ritorneremo sull’argomento prossimamente.
In un mercato inconsapevole però qualunque tipo di offerta, anche la migliore, non sarebbe mai in grado di sviluppare un solido business. Per questo motivo la cosa più importante, allo stato attuale è quella di lavorare e sensibilizzare il mercato e i singoli cittadini in merito alla propria salute, al proprio futuro e al futuro del sistema economico proprio e della propria nazione.
27 Novembre 2014
Assicurazioni: ripartiamo dal Welfare II – Emanuele Sigismondi
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