1 Ottobre 2026

Il salvadanaio e il biglietto di sola andata

Autori
Risparmio e previdenza

Paolo Botta

Co-founder e CEO Algoritmic Srl

La pensione ai neonati è un pensiero gentile. Ma a venticinque anni il neonato fa il check-in.

A fine agosto, mentre l’Italia faceva i conti con l’ombrellone, il dibattito nazionale si è accorto dei neonati. L’idea, nata anche dalla penna dell’Inps e tra le opzioni che il Governo sostiene di valutare, è semplice e suggestiva: lo Stato apre a ogni bambino una posizione previdenziale, la alimenta con un importo ancora da definire e avvia così la costruzione di una pensione integrativa, successivamente alimentata dalla famiglia. Con un evidente valore educativo: nessuno diventa previdente se nessuno gli ha spiegato che cos’è il trascorrere del tempo e le conseguenze dell’invecchiamento.

Va dunque salutata con favore.

Il problema comincia quando dall’applauso si passa alla domanda che un economista non può evitare: che cosa risolve, esattamente?

Il presupposto è dichiarato: il sistema pubblico, per ragioni essenzialmente demografiche, non potrà garantire ai nati di oggi una vecchiaia decorosa. Nel 2025 i nati sono stati 355mila e andranno in pensione tra circa settant’anni. Ma la logica previdenziale dovrebbe metterci in guardia.

Già nel 1966 Henry Aaron mostrava che, in un sistema a ripartizione (come il nostro pilastro pubblico, dove le pensioni di oggi sono pagate dai contributi di chi lavora oggi), il rendimento implicito coincide con la crescita della massa salariale: più occupati o più produttività per occupato. E la ripartizione rende più della capitalizzazione solo se tale crescita supera il tasso di interesse. Con meno lavoratori, resta una sola leva: la produttività.

Non ci assolve nemmeno la capitalizzazione: come ricordano Nicholas Barr e Peter Diamond, ogni pensione, comunque finanziata, si paga con il prodotto futuro. La variabile decisiva non sta nel salvadanaio: è quanto varrà, sul mercato, il lavoro di quei neonati.

Ed è qui che la proposta somiglia più a un obolo che a un intervento strutturale, perché lascia intatti tre nodi.

Il primo è l’emigrazione. Il Rapporto CNEL di settembre, «Giovani expat. Come farli tornare», conta per il 2011-2024 un saldo migratorio netto negativo di 441mila giovani italiani tra i 18 e i 34 anni; nel solo 2024 sono stati 61mila, il massimo della serie. Il 44,2% dei partenti è laureato (dato 2023) e per ogni giovane di un altro Paese avanzato che sceglie l’Italia, nove dei nostri se ne vanno (quattordici e mezzo per Eurostat). Il CNEL stima la perdita di capitale umano, cioè quanto Stato e famiglie hanno speso per formarli, in 16 miliardi l’anno, circa lo 0,8% del Pil.

La dote per i neonati costerebbe, secondo le ipotesi circolate, 355 milioni l’anno per generazione. Ma continuare a investire sui giovani senza affrontare le ragioni per cui se ne vanno significa accollarsi il bambino quando costa e salutarlo all’aeroporto quando comincia a rendere: la dote rischia di essere solo un investimento in più sullo stesso copione.

Il secondo nodo spiega il primo. Alla domanda «perché sei partito?», l’88% dei giovani intervistati dal CNEL indica le retribuzioni basse come motivo “rilevante” o “estremamente rilevante”. Non è un capriccio. Secondo Eurostat (2025) un single con il salario medio porta a casa in Italia 27.788 euro l’anno, contro i 32.346 della Francia, i 36.535 della Germania, i 47.027 dell’Irlanda; la media Ue è 29.954. Allargando lo sguardo, l’OCSE stima il salario medio annuo italiano in 53.864 dollari a parità di potere d’acquisto, contro i 64.809 della media OCSE (dove figurano anche Messico e Colombia), i 76.285 della Germania e gli 86.977 degli Stati Uniti.

Secondo l’OCSE, nel primo trimestre 2026 i salari reali erano ancora il 6,1% sotto il livello del primo trimestre 2021, il divario più ampio tra le grandi economie. La causa ha un nome: produttività, cresciuta dello 0,3% l’anno nel 2006-2019. I salari non si decretano, si producono.

Il Rapporto chiama giustamente in causa anche le imprese, per cultura del lavoro e valorizzazione delle competenze; ma senza un contesto che premi l’investimento, anche l’imprenditore più illuminato fatica a pagare di più.

Il terzo nodo è il più prosaico: con questi salari si risparmia poco. Lo dice la Covip: a fine 2025 gli iscritti alla previdenza complementare con più di 15 anni erano 10,2 milioni, il 39,9% delle forze di lavoro; contando solo chi ha versato nell’anno la quota scende al 29%, e tra i 15 e i 34 anni la partecipazione si ferma al 33,2%.

Ma anche chi versa destina alla previdenza complementare somme modeste: 2.990 euro l’anno in media, Tfr compreso, e per uno su cinque meno di 500. Nel 2025 solo 4.100 delle 162mila nuove prestazioni (il 2,6%) sono diventate rendita; le altre sono state incassate in capitale, come la legge consente quando la rendita ricavabile sarebbe inferiore alla metà dell’assegno sociale.

La pensione per i neonati poggia pertanto su tre postulati tutt’altro che scontati: che le famiglie riescano ad alimentare la posizione nei primi anni di vita; che il neonato, cresciuto e formato a spese della collettività, non ingrossi le file degli expat; che il suo lavoro in Italia sia pagato abbastanza da consentirgli di continuare a contribuire.

Tre atti di fede in un solo salvadanaio.

Resta da chiedersi chi dovrebbe gestire il tutto. Quei soldi vanno investiti sui mercati, e non è questo il mestiere dell’Inps. Esiste già un’industria vigilata dalla Covip, con 273 forme pensionistiche, le cui linee a maggior contenuto azionario hanno reso sul decennio circa il 5% annuo composto, contro il 2,5% del Tfr. Se l’iniziativa si fa, sarebbe opportuno coinvolgere il mercato: è lo stakeholder più attrezzato per garantire una gestione finanziaria efficiente.

La teoria economica, del resto, avverte da tempo. Buchanan e Wagner (Democracy in Deficit, 1977) e Nordhaus con il suo ciclo politico-economico (1975) spiegano perché i governi preferiscano benefici visibili e costi diluiti a riforme che maturano oltre la legislatura; Milton Friedman vedeva lo Stato come arbitro, non come elargitore. Il Rapporto Draghi sulla competitività europea (2024) lo dice in linguaggio di Bruxelles. L’agenda è nota: competitività, costo dell’energia, produttività, semplificazione fiscale e amministrativa, liberalizzazione dei mercati. Solo così la domanda di lavoro cresce, i salari risalgono e resta di che destinare alla previdenza complementare.

Vecchio adagio: il politico guarda alle prossime elezioni, lo statista alla prossima generazione. Qui la generazione è letteralmente in culla.

Del resto anche la riforma del 2026 della previdenza complementare si muove sul terreno tattico: l’adesione automatica dei neoassunti vince l’inerzia, non la scarsità di reddito, mentre sul versante delle prestazioni, accanto a una rendita vitalizia scelta da pochissimi, arrivano tre nuove forme di erogazione (rendita a durata definita, prelievi liberamente determinabili, erogazione frazionata del montante). Nessuna garantisce un reddito fino all’ultimo giorno: il rischio di vivere più a lungo del proprio capitale passa dall’assicuratore all’iscritto.

Se il legislatore dovesse ritenere di proseguire lungo questo solco anche per incentivare una dotazione iniziale ai neonati, la soluzione esiste già. Oggi i genitori possono aprire una posizione per il neonato e dedurre i versamenti entro 5.300 euro l’anno (dal 2026, prima 5.164,57): un tetto che condividono con i propri versamenti. Il collo di bottiglia è lì. Sblocchiamolo: per ogni euro versato a favore di un minore, lo Stato ne aggiunga un altro, entro un tetto annuo, senza intaccare la deducibilità del genitore.

Il resto è un pensiero gentile, e i pensieri gentili, in economia, non hanno mai pagato una pensione.

Il miglior fondo pensione per un neonato è un Paese che, tra venticinque anni, abbia bisogno di lui e lo paghi abbastanza da convincerlo a restare. Altrimenti il salvadanaio resterà pieno di buone intenzioni, e il biglietto, di sola andata, sarà già in tasca.

Paolo Botta

Co-founder e CEO Algoritmic Srl

Paolo Botta (1962) è imprenditore, Socio Fondatore e Amministratore di Algoritmic Srl, società di consulenza fondata a Roma nel 2021 attiva nella gestione dei dati, nella governance aziendale e nelle operazioni di strategia e M&A. Dottore Commercialista e Revisore Contabile, è stato Vice Direttore Generale di CF Assicurazioni SpA e CF Assicurazioni Life SpA. È stato Consigliere di Amministrazione di Global Broker SpA e Amministratore di Parametrica Consulting Srl. Dal 2007 è Responsabile di forma pensionistica per numerosi fondi pensione e piani individuali per conto di importanti compagnie assicurative. Autore di numerosi articoli scientifici in ambito attuariale e finanziario, è componente del Comitato di Indirizzo dei Corsi di Studio in Scienze Statistiche e Attuariali dell’Università degli Studi del Sannio, ed è appassionato cultore del mondo dell’Intelligenza Artificiale.

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