Correva l’anno 2011 e, nel mio libro intitolato “Il principe del foro non esiste” (Historica-Giubilei Regnani), così scrivevo:
“Qualche tempo fa una persona abbastanza importante disse, più o meno, che i giudici sono antropologicamente dei pazzi, e che bisognerebbe fare a ognuno di loro un test di sanità mentale.“
La persona che disse ciò aveva sicuramente qualche problemino personale con i magistrati e ciò, nell’evidente conflitto di interessi che lo caratterizzava, gli fece affermare cose indubbiamente spropositate.
Secondo me però si può guardare la questione da un altro punto di vista (che probabilmente verrà giudicato egualmente spropositato, ma lasciatemi il gusto della provocazione paradossale). I giudici, antropologicamente, non sono pazzi, ma sono semplicemente uomini, ed è da questa loro semplice e basilare caratteristica che possono nascere i problemi.
Non vorrei risultarvi un filosofo da quattro soldi o un fanatico predicatore del sud degli Stati Uniti, ma è antropologicamente sbagliato che sia un uomo a dover dirimere le controversie tra altri uomini.
Perché finché si tratta di difendere le tesi di una delle due parti, e quindi si tratta di affiancarle, di porsi sullo stesso piano, è giusto che un altro uomo, seppur con una competenza giuridica superiore a quella delle parti stesse, e cioè l’avvocato, intervenga. Ma quando si tratta di porsi su un piano superiore alle parti e agli avvocati, bisognerebbe che colui che si pone al di sopra sia ontologicamente superiore alle parti e agli avvocati, e che non risenta delle influenze che questi, in quanto uomini, possono subire e che incidono sulla loro posizione e nella loro controversia (rabbia, acredine, antipatia, ripicca, ignoranza, malattie, ansia, problemi personali in genere, superficialità, errori in buona fede e in mala fede, ecc.).
Fino a che i giudici saranno uomini, la parte che risulterà soccombente in una controversia potrà dire “quel giudice non capisce niente”, “io, come avvocato, sono molto più preparato di quel giudice”, “a quel giudice stavo antipatico”, “quel giudice voleva farmela pagare”, “quel giudice è stato corrotto”, “quel giudice è di parte politica avversa alla mia”, e così via.
Oppure potrebbe capitare che il giudice abbia problemi personali, psicologici o fisici, che incidano sul suo modo di lavorare, e magari lo portino a commettere degli errori. E in questo caso di solito si dice: “Eh, anche i giudici sono uomini”.
Appunto.
Quale sarebbe allora la soluzione? La soluzione è che i giudici dovrebbero essere delle macchine.
Non potendo confidare con sicurezza che Iddio Onnipotente abbia la voglia e il tempo di venire a presiedere tutte le udienze civili, penali e amministrative che si svolgono in Italia e nel mondo, bisognerebbe creare un software potentissimo, come quelli ultra sofisticati e quasi pensanti che governano il globo in film come Terminator, a cui affidare la decisioni di tutte le controversie, secondo formule che si basano sulle teorie di dottrine e le raccolte di Giurisprudenza sin qui esistenti, e con la capacità di autoaggiornarsi continuamente.
Lo so che adesso voi siete caduti dalla poltrona a forza di ridere e state pensando che l’unico antropologicamente pazzo sia l’autore di questo libro. Ma io ve l’avevo detto. Questa è una provocazione paradossale per far capire che tutti noi, persone importanti o meno importanti, di fronte all’uomo che decide, avremo sempre tantissimi pregiudizi prima del giudizio, e tantissimi giudizi negativi dopo il giudizio, specialmente quando perdiamo le cause. E non li elimineremo mai”.
Ora, non voglio sembrare immodesto, ma non vi pare che, senza saperlo, ingenuamente pensando che solo in un film come Terminator ciò si sarebbe potuto verificare, io, ancora quindici anni fa, abbia sostanzialmente teorizzato, se non propriamente già inventato, le varie Lexroom, Legora e Harvey? E che, purtroppo, non sia nemmeno diventato miliardario per questo?
Ma non sono solo i giudici a essere divenuti delle macchine, lo sono diventati pure gli avvocati: a spanne, sulla base di una percezione meramente empirica e certamente non scientifica, ritengo che un buon 70% del lavoro dell’intera filiera giuridica sia stato appaltato all’AI. E non mi posso certamente auto-smentire, quindi, in fondo, io lo considero un fatto positivo, un’evoluzione che ha sterilizzato molte arbitrarietà. Forse a discapito dei geni e degli anarchici, che comunque popolano quel fiero 30% come nuove Sarah Connor del diritto.
Il ruolo del giurista sta diventando quello dell’istruttore di agenti artificiali, del pastore che conduce greggi di informazioni indisciplinate verso il recinto di casa. Piero Calamandrei alza un sopracciglio, ma chi ha rifondato la pratica del diritto è stato Sam Altman.










