La bomba a orologeria demografica: tre fattori di rischio
Non dobbiamo nasconderci dietro i tecnicismi. Lo scenario demografico italiano non è una dinamica da gestire: è una bomba a orologeria strutturale alimentata da tre inneschi precisi che agiscono contemporaneamente:
- La longevità: un traguardo straordinario della medicina e del progresso che si trasforma però in un paradosso, se non è bilanciato da un adeguato sistema di previdenza e da un patto intergenerazionale. È il cosiddetto “rischio longevità”.
- La denatalità: una crisi demografica cronica che erode progressivamente la base dei lavoratori di domani, compromettendo l’equilibrio dei sistemi previdenziali classici.
- I redditi bassi di chi inizia a lavorare: i nostri giovani entrano tardi nel mercato del lavoro, spesso con contratti precari o salari iniziali insufficienti, rendendo impossibile una continuità contributiva nel sistema previdenziale pubblico.
Una risposta immediata contro il rischio povertà
Dobbiamo certamente agire sulle cause di lungo termine di questi tre macro-temi e trovare le soluzioni adeguate. E dobbiamo farlo presto, oggi, se non vogliamo lasciare alle future generazioni l’onere insopportabile di vivere in una società disfunzionale. Abbiamo il dovere morale e politico di fare qualcosa per stemperare l’enorme rischio demografico che è già in atto.
Immaginatevi che società può mai essere quella in cui, dopo una vita di lavori precari e a reddito discontinuo, si va in pensione con meno di quello che serve per vivere dignitosamente. E, al tempo stesso, una società dove i giovani sono sprovvisti di una reale soluzione di tutela per il proprio futuro. Non possiamo permetterci una frattura sociale di queste proporzioni.
La svolta culturale: verso una previdenza integrativa universale
Questo “qualcosa” passa inevitabilmente da una forte azione strategica di lungo termine focalizzata sulla previdenza integrativa, che deve diventare progressivamente una previdenza universale.
Oggi, ad oltre trent’anni dalla riforma del sistema pensionistico che ha introdotto il cosiddetto “contributivo puro”, e a oltre vent’anni dall’istituzione della previdenza complementare, solo il 38% dei lavoratori ha aderito a un fondo pensione. Il che vuol dire che tra pochi anni, se non facciamo nulla, i due terzi dei pensionati vedranno ridursi il proprio tenore di vita del 40, 50 o 60% da un giorno all’altro.
Dobbiamo diffondere lo strumento della previdenza integrativa con incentivi fiscali, con la divulgazione, con ogni mezzo. Dobbiamo, da un lato, costruire una rete universale di protezione dal rischio povertà nell’età anziana e, dall’altro, far provare lo strumento previdenziale a una platea di cittadini, la più vasta possibile. Dobbiamo infondere soprattutto nei giovani la consapevolezza che il futuro non porta con sé rischi e povertà, ma certezze e un tenore di vita adeguato.
Ecco perché ho immediatamente sposato l’idea, nata qualche mese fa, del salvadanaio previdenziale per i neonati, lanciata ad agosto scorso dal presidente Pepe e dal presidente Fava: una somma di denaro che lo Stato mette a disposizione di ciascun nuovo nato, purché venga
investita dai genitori, o da chi ne fa le veci, in un piano previdenziale. Con l’ulteriore possibilità, fiscalmente incentivata, che l’alimentazione del programma possa esser fatta dai genitori stessi o da ascendenti entro il terzo grado. Per la verità, all’Assemblea dell’ANIA, lo scorso luglio, noi avevamo già proposto un “Bonus Previdenza” per i diciottenni. Ma poco importa se parliamo di diciottenni o di neonati: l’importante è fare, e fare oggi, senza rimandare a domani la soluzione di un problema gigantesco.
Lo charme di questa proposta, da inserire in legge di bilancio, è molteplice: si mette in sicurezza gradualmente tutta la popolazione, si diffonde la conoscenza dello strumento previdenziale e si crea un vero patto intergenerazionale tra chi ha già capacità di reddito e chi, invece, non l’ha ancora e rischia di non averla nella fase più fragile della sua esistenza. Senza contare che, agendo sin dalla culla, diamo alle giovani famiglie la fiducia necessaria per non temere il futuro dei propri figli. Questo non è assistenzialismo: è un impulso a invertire la tendenza alla denatalità e un enorme contributo alla sicurezza familiare.
Libertà di scelta, investimenti pazienti e il valore del sistema assicurativo
Perché questo piano funzioni, la governance e l’architettura finanziaria della misura sono determinanti.
- Piena libertà di scelta e concorrenza: è di fondamentale importanza, a nostro avviso, che questa iniziativa non sia gestita in via esclusiva da un solo soggetto pubblico, ma da un sistema di più attori in concorrenza tra di loro. Deve esserci una reale libertà di scelta per il cittadino, affinché le diverse soluzioni – previdenza pubblica, fondi pensione collettivi e polizze individuali assicurative, che sono quelle che già gestiscono il settore della previdenza integrativa – operino in un regime di sana competizione. Solo il confronto competitivo tra modelli stimola l’efficienza dei costi, le performance di rendimento, l’innovazione dei prodotti e lo sviluppo complessivo dell’intero settore.
- La canalizzazione del “risparmio paziente”: innescare questo circolo virtuoso, oltre a disinnescare la bomba demografica, consentirà – con adeguati incentivi regolatori e fiscali – un ulteriore enorme vantaggio per il sistema socioeconomico. I capitali accumulati nei piani previdenziali integrativi gestiti dal settore assicurativo e dai fondi pensione rappresentano il tipico “risparmio paziente” a lungo termine. Risorse preziose che possono e devono essere canalizzate verso investimenti a sostegno delle aree strategiche della nazione, a partire dalla transizione energetica, dalla digitalizzazione e dallo sviluppo delle infrastrutture. Il risparmio che protegge il futuro dei singoli diventerebbe così, grazie a un adeguato quadro normativo e fiscale, il carburante per la crescita del Paese.
Conclusioni: dalle logiche di prelievo alle condizioni per il futuro
Consentitemi una considerazione finale, rivolta in particolare al decisore politico. Troppo spesso sentiamo parlare, nei momenti di definizione delle manovre finanziarie, di “prelievi anomali” o di tassazioni straordinarie sulle gestioni assicurative.
Voglio dirlo con estrema chiarezza e con la forza dei dati: il settore assicurativo, oltre a essere di per sé un’infrastruttura fondamentale per il nostro Paese – basti pensare che l’anno scorso abbiamo risarcito 18 milioni di cittadini e imprese per un totale di 42 miliardi di euro, ed erogato prestazioni previdenziali e assicurative per oltre 93 miliardi – paga già, in tasse, due volte e mezzo in più di quanto sia tenuto a contribuire.
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Non siamo un giacimento fiscale da sfruttare per logiche di cassa di breve periodo. Siamo, al contrario, i custodi del risparmio degli italiani e di una rilevante parte del debito pubblico. Ma siamo soprattutto una leva potentissima per affrontare problemi giganteschi come quello di cui ci occupiamo oggi: l’inverno demografico, la protezione dalle catastrofi naturali, il sostegno finanziario di capitali privati al Servizio Sanitario Nazionale universale.
Invece di parlare di prelievi che danneggiano il risparmio e la reputazione di un sistema, quello italiano, che ha solo recentemente riguadagnato con fatica la fiducia dei mercati finanziari internazionali, creiamo le condizioni normative e fiscali stabili per far partire progetti di sistema.
Questa è una sfida di modernizzazione sociale che il sistema assicurativo privato, con le sue competenze attuariali, la sua solidità finanziaria e le sue molteplici soluzioni di prodotto, può consentire di vincere in sinergia con la previdenza pubblica.
Noi siamo pronti a fare la nostra parte, per dare ai giovani e alle famiglie italiane non già interventi che rischiano di sembrare pannicelli caldi che si ripetono ogni anno ma non risolvono i problemi, ma progetti di sistema, contributi a politiche industriali e sociali che generano certezze e fiducia nel futuro.









