27 Marzo 2026

Longevità e Long Term Care: evoluzione, opportunità e punti di attenzione 

Protection

Giulio Fezzi

Presidente Phoenix Group

L’invecchiamento della popolazione sta trasformando la non autosufficienza in uno dei principali rischi sociali, patrimoniali e assicurativi dei prossimi decenni. In Italia il bisogno cresce più rapidamente della copertura privata, mentre all’estero si moltiplicano modelli pubblici, soluzioni ibride e formule integrate tra polizze, servizi e welfare collettivo. Per compagnie, broker, bancassurance e fondi si apre così un terreno strategico che riguarda non solo nuovi prodotti, ma una diversa architettura della protezione. 

Indice degli argomenti

La longevità, da conquista sociale a rischio da governare 

La longevità è una delle grandi vittorie economiche e civili delle società contemporanee. Viviamo più a lungo, arriviamo più spesso alla vecchiaia in condizioni migliori rispetto al passato e beneficiamo di progressi medici che hanno modificato radicalmente il corso della vita. Ma proprio questa conquista apre un fronte nuovo, meno celebrato e più impegnativo: se si allunga la vita, si allunga anche il tratto nel quale possono emergere fragilità, decadimento cognitivo, perdita dell’autonomia e bisogno di assistenza continuativa. 

È qui che la Long Term Care smette di essere una materia per specialisti e diventa un tema centrale per il mondo assicurativo, previdenziale e distributivo. Non si tratta più soltanto di proteggere un reddito o un patrimonio da eventi improvvisi. Si tratta di affrontare un rischio lento, progressivo, spesso costoso e quasi sempre sottovalutato: il rischio di non autosufficienza. 

In Italia questo tema ha ormai una base demografica inequivocabile. Secondo le più recenti previsioni Istat, entro il 2050 gli over 65 potrebbero arrivare al 34,6% della popolazione, mentre la fascia in età attiva scenderebbe al 54,3%. Non è solo una fotografia statistica: significa più persone anziane, meno contribuenti, meno caregiver familiari potenziali e più pressione sui meccanismi di finanziamento della cura. 

Anche sulle ‘colonne’ de IlBroker.it, del resto, si era colto da tempo la natura strutturale di questo passaggio. In un articolo dedicato all’ipotesi di rendere obbligatoria la copertura contro la perdita dell’autosufficienza, la testata sottolineava come la Long-Term-Care risponda a un bisogno che coinvolge un numero crescente di famiglie e come il tema imponga di superare la separazione tra previdenza e assistenza complementare, rafforzando la collaborazione tra pubblico e privato.  

Che cosa significa davvero Long Term Care 

Uno dei problemi del dibattito pubblico è che la Long Term Care viene spesso evocata in modo generico, quasi come sinonimo di “assistenza agli anziani”. In realtà è qualcosa di molto più preciso. La LTC riguarda tutte quelle situazioni nelle quali una persona perde, in modo totale o parziale, la capacità di compiere autonomamente alcuni atti essenziali della vita quotidiana: lavarsi, vestirsi, muoversi, mangiare, usare i servizi igienici, gestire la propria routine senza aiuto esterno. 

La differenza rispetto alla sanità tradizionale è fondamentale. Un ricovero ospedaliero o una prestazione medica acuta hanno, di norma, un inizio e una fine. La non autosufficienza, invece, può protrarsi per mesi o per anni, generando una domanda stabile di assistenza domiciliare, supporto familiare, personale dedicato, strutture intermedie o residenziali, coordinamento sanitario e organizzazione della cura. È questa continuità a rendere la LTC una materia tanto delicata: non si finanzia un episodio, si finanzia una condizione. 

Il Report del Milken Institute, che resta uno dei riferimenti più utili per leggere il fenomeno in chiave comparata, spiega molto bene questo continuum. La Long Term Care comprende servizi a bassa intensità, come home care e personal care assistance, ma anche assisted living, skilled nursing facility, hospice e altri setting a più alto contenuto assistenziale. E proprio questa articolazione fa capire perché il problema non possa essere affrontato con una sola leva, né pubblica né privata. 

Il nodo centrale: non è un rischio raro, è un rischio probabile 

Se la LTC sta diventando uno dei grandi dossier del welfare contemporaneo, è perché non riguarda una minoranza trascurabile. Al contrario, è un rischio ad alta probabilità, soprattutto nelle società mature e longeve. 

Il Milken Institute ricorda che negli Stati Uniti circa il 70% degli adulti over 65 avrà bisogno, nel corso della vita, di una qualche forma di Long Term Care. È un dato americano, ma il suo significato è ben più ampio: dice che la non autosufficienza non è un evento eccezionale da trattare solo in chiave residuale, bensì una probabilità concreta del ciclo di vita. 

Questo cambia tutto anche dal punto di vista assicurativo. Un rischio raro può essere lasciato all’improvvisazione o a una copertura residuale. Un rischio frequente, invece, impone una costruzione sistemica: prevenzione, mutualizzazione, servizi, educazione assicurativa, forme di finanziamento collettivo o semi-collettivo. È la ragione per cui, nei Paesi più avanzati sul tema, la LTC viene letta sempre meno come problema della singola famiglia e sempre più come questione di assetto complessivo del welfare. 

L’OCSE lo segnala in modo esplicito: l’invecchiamento della popolazione aumenterà significativamente la domanda di Long Term Care, mentre l’offerta di lavoratori e caregiver fatica a crescere allo stesso ritmo; nel frattempo, gran parte della cura continua a essere fornita da familiari e caregiver informali, che a loro volta hanno bisogno di sostegno per conciliare lavoro e assistenza. È un punto essenziale, perché mostra che il vero problema non è solo “chi paga”, ma anche “chi cura” e “con quali risorse organizzative”. 

Le famiglie non bastano più 

Nelle società mediterranee, e in Italia in particolare, la vera Long Term Care è stata per anni la famiglia. Il sistema ha retto grazie a un’enorme quantità di lavoro di cura informale, spesso svolto dalle donne, spesso non riconosciuto economicamente, quasi sempre assorbito dentro la sfera privata. 

Quel modello, però, si sta indebolendo. Le famiglie sono più piccole, più disperse geograficamente, più fragili sul piano economico e meno in grado di sostenere per periodi lunghi il carico organizzativo della non autosufficienza. E questo spiega perché il rischio LTC stia emergendo con una forza nuova: non perché prima non esistesse, ma perché prima era in parte nascosto dentro una capacità di assorbimento familiare oggi molto meno robusta. 

Dal punto di vista assicurativo, questa trasformazione è decisiva. Finché la famiglia riesce ad autoassicurarsi, il bisogno di coperture dedicate resta limitato. Quando invece la famiglia arretra, il rischio si rende visibile in tutta la sua dimensione patrimoniale e sociale. È in quel momento che la LTC diventa una questione di mercato, oltre che di politica pubblica. 

Il grande non detto: la Long Term Care costa moltissimo 

Il secondo grande equivoco riguarda i costi. La non autosufficienza viene spesso immaginata come una spesa importante ma gestibile. In realtà, quando si prolunga nel tempo, può diventare una delle principali cause di erosione del patrimonio familiare. 

Il report Milken ricordava già nel 2019 costi medi negli Stati Uniti superiori ai 102.000 dollari annui per una stanza privata in nursing home, oltre 48.000 dollari per assisted living e più di 52.000 dollari per un home health aide. Il dato rilevante non è solo l’ammontare, ma la struttura: stiamo parlando di costi ricorrenti, che non colpiscono una sola volta ma mese dopo mese, anno dopo anno. 

Anche in Italia la logica non cambia, pur con livelli assoluti diversi. IVASS ha osservato che la spesa privata per LTC è quasi interamente out of pocket, mentre la raccolta delle polizze LTC si ferma a 178 milioni di euro, cioè appena lo 0,2% dei premi Vita. Il significato di questo dato è molto forte: il bisogno esiste, la copertura privata è ancora ridotta e quindi il peso continua a gravare in larga misura direttamente sulle famiglie. 

È esattamente qui che il protection gap diventa evidente. Quando il bisogno di assistenza di lungo periodo si manifesta, il primo ammortizzatore è spesso il reddito corrente. Se non basta, si usano risparmi accumulati. Se la situazione si prolunga, si erode il patrimonio. Se neppure questo è sufficiente, la famiglia entra in un’area grigia fatta di compromessi, sostegni parziali, assistenza informale e forte stress organizzativo. La LTC, dunque, non è solo una spesa sanitaria: è un rischio di impoverimento progressivo. 

Gli Stati Uniti: laboratorio avanzato, ma anche avvertimento severo 

Il caso americano resta centrale per capire dove può andare, e dove può incepparsi, un mercato LTC privato. Negli Stati Uniti il bisogno è studiato da anni, il dibattito è maturo e l’industria assicurativa ha sperimentato in anticipo molte delle soluzioni che oggi si osservano anche altrove. Ma proprio lì si sono visti con maggiore chiarezza i limiti del modello tradizionale. 

Il Milken Institute parla senza ambiguità di legacy actuarial shortcomings: errori storici di pricing, problemi di underwriting, adverse selection, persistenza superiore alle attese e forti aumenti di premio che hanno minato la fiducia dei clienti. Il risultato è stato l’uscita di molte compagnie dal mercato LTC tradizionale e una generale contrazione dell’offerta stand-alone. 

Questa è una lezione importante anche per l’Europa e per l’Italia. La LTC non è una linea di business “facile”, né un prodotto che si può sviluppare con logiche di breve periodo. È una copertura molto sensibile alla longevità, ai tassi d’interesse, all’inflazione dei costi assistenziali e al comportamento degli assicurati. Sbagliare alcune ipotesi di base significa compromettere la sostenibilità tecnica del portafoglio. 

Ma gli Stati Uniti non raccontano solo una crisi. Raccontano anche un’evoluzione. Proprio perché il modello tradizionale ha mostrato limiti forti, il mercato ha reagito spostandosi verso soluzioni ibride. New York Life, ad esempio, con il prodotto Asset Flex, ha scelto di combinare copertura LTC e componente vita, offrendo una struttura nella quale, se il bisogno assistenziale si manifesta, entra in gioco il beneficio LTC; se non si manifesta, resta comunque una prestazione life. È una costruzione rilevante non solo sul piano tecnico, ma soprattutto commerciale: riduce la sensazione, molto diffusa nel cliente, di “pagare per qualcosa che forse non userò mai”. 

Questa tendenza è istruttiva perché mostra la probabile direzione del comparto: la LTC pura può restare una soluzione di nicchia o per clienti molto consapevoli; le forme ibride, invece, possono dialogare più facilmente con il wealth planning, la protezione familiare e la consulenza patrimoniale. 

Germania e Giappone: quando il rischio viene riconosciuto come materia di sistema 

Se gli Stati Uniti rappresentano il laboratorio del mercato privato, Germania e Giappone mostrano invece cosa accade quando la Long Term Care viene affrontata come rischio sociale strutturale. 

In Germania la Pflegeversicherung è obbligatoria. Il Ministero federale della Salute lo spiega in modo molto lineare: chi ha assicurazione sanitaria deve avere anche copertura LTC, proprio perché il rischio di aver bisogno di assistenza cresce con l’età ed è troppo rilevante per essere lasciato alla sola capacità di spesa individuale. Questo non elimina ogni spesa privata, ma costruisce una base mutualistica e rende la LTC un elemento ordinario del sistema di protezione sociale. 

La lezione tedesca è importante perché toglie la non autosufficienza dalla dimensione dell’eccezione. Il sistema non dice: “vedremo caso per caso”. Dice invece: “sappiamo che questo rischio esiste, che è diffuso e che quindi va finanziato in modo organizzato”. È una differenza culturale prima ancora che normativa. 

Il Giappone ha adottato un’impostazione diversa ma con una logica simile. Il sistema pubblico di Long-Term Care Insurance è esplicitamente presentato dal Ministero della Salute come una risposta collettiva alla necessità di assistere una popolazione molto anziana. Anche qui la cosa più importante non è il dettaglio tecnico, ma il principio: la non autosufficienza non è considerata solo un problema della famiglia, ma una questione di responsabilità condivisa. 

Per i mercati europei, e soprattutto per quello italiano, questi modelli sono interessanti non perché vadano copiati integralmente, ma perché indicano una direzione: la LTC funziona meglio quando si crea un primo strato di copertura di sistema, che poi il mercato può integrare con polizze private, servizi e welfare aziendale. 

L’Italia: molto bisogno, poca copertura privata, tanto spazio da costruire 

In Italia il paradosso è evidente. Siamo uno dei Paesi più vecchi del mondo, ma la Long Term Care assicurativa resta ancora un comparto piccolo. Non mancano i prodotti, ma manca ancora una vera cultura di mercato e manca soprattutto una massa critica di diffusione. 

IVASS lo ha detto in termini molto netti: la raccolta LTC è ancora minimale e la spesa privata resta prevalentemente out of pocket. Ma proprio per questo l’Istituto osserva che esiste spazio per una soluzione più universalistica, più efficiente e più attenta alla qualità dei servizi. È un passaggio rilevante, perché non fotografa soltanto una debolezza del presente; indica anche una direzione di lavoro possibile per compagnie, fondi e policy maker. 

Sul mercato, intanto, alcuni segnali meritano attenzione. Generali Italia continua a presidiare il tema con soluzioni LTC basate su una rendita in caso di perdita dell’autosufficienza; parallelamente, il gruppo sta rafforzando il proprio ecosistema salute e welfare attraverso Welion e servizi di assistenza, inclusi quelli domiciliari. Più che dire che la singola polizza LTC sia già pienamente “fusa” con questo ecosistema, è più corretto osservare che il posizionamento complessivo del gruppo va nella direzione di una crescente integrazione tra protezione economica e servizi di supporto alla persona. 

Unipol, con soluzioni come Autonomia Costante, adotta invece un linguaggio particolarmente concreto: la copertura interviene quando l’assicurato non è più in grado di svolgere autonomamente le normali funzioni della vita quotidiana. È un’impostazione rilevante anche dal punto di vista distributivo, perché la LTC tende a essere percepita meglio quando viene spiegata attraverso situazioni reali e riconoscibili, e non solo attraverso formule tecniche o definizioni astratte. 

Anche Allianz si muove su una linea simile. Con Allianz Longevity Care, il gruppo insiste sul tema della rendita vitalizia in presenza di non autosufficienza e collega in modo diretto la copertura ai costi concreti dell’assistenza domiciliare o del ricovero in struttura specializzata. In un mercato ancora poco educato alla non autosufficienza, questa chiarezza di linguaggio non è un elemento secondario, ma una parte importante della competitività commerciale del prodotto. 

Fondi e welfare aziendale: il possibile acceleratore italiano 

Se c’è un terreno sul quale la LTC italiana può davvero crescere nei prossimi anni, è probabilmente quello del welfare collettivo. In questo ambito la copertura smette di dipendere solo dalla decisione individuale del singolo cliente e trova una base più favorevole nella mutualizzazione, nel sostegno aziendale e nella maggiore legittimazione del rischio all’interno di un pacchetto di welfare più ampio. 

Il Fondo Sanitario Integrativo del Gruppo Intesa Sanpaolo offre un esempio concreto di questa impostazione: la copertura LTC interviene in caso di perdita dell’autosufficienza dovuta a infortunio, malattia o deterioramento psico-fisico legato all’invecchiamento, ed è inserita in un contesto di protezione strutturata, affiancato anche da soluzioni convenzionate con Generali. Il valore di questo caso non sta solo nella prestazione in sé, ma nella logica con cui viene proposta: la LTC non come acquisto isolato, ma come parte di un’architettura più ampia di tutela. 

Anche operatori globali come Aon presidiano in Italia l’area Health & Benefits e la consulenza sugli employee benefits. In questo quadro, la LTC può essere letta come una componente potenziale di strategie più ampie di wellbeing aziendale e tutela del nucleo familiare. Il punto interessante, per il mercato italiano, è che il welfare collettivo può aiutare a superare una delle principali barriere del retail puro: la difficoltà di far percepire il rischio prima che esso si manifesti concretamente in famiglia. 

Lo stesso ragionamento vale per l’evoluzione dei fondi sanitari contrattuali. Non tutti oggi prevedono una vera copertura LTC strutturata, ma alcuni segnali sono già rilevanti. ASIM, per esempio, prevede esplicitamente una prestazione di Long Term Care per gli iscritti in condizioni di non autosufficienza, mentre grandi fondi come MetaSalute, pur non emergendo oggi con una prestazione LTC altrettanto chiaramente identificata nelle fonti ufficiali principali, restano importanti perché abituano milioni di lavoratori a considerare la sanità integrativa come parte normale del proprio welfare. Ed è proprio dove cresce questa cultura che può diventare più realistico, nel tempo, estendere in modo progressivo anche la protezione contro il rischio di non autosufficienza. 

Il caso Washington: una via intermedia da osservare con attenzione 

Uno degli esperimenti più interessanti degli ultimi anni arriva dallo Stato di Washington, con il WA Cares Fund, il primo programma statale americano di Long Term Care finanziato via payroll. Il suo significato va oltre l’importo del beneficio, che per definizione è limitato. Quello che conta è la logica di fondo: riconoscere la LTC come rischio diffuso, costruire un primo strato pubblico di copertura e costringere il sistema a ragionare sulla cura prima che il bisogno si presenti. 

Questa esperienza è importante soprattutto per i Paesi europei che non possono realisticamente puntare né a una completa statalizzazione del rischio né a un suo totale affidamento al mercato. Washington suggerisce una possibile terza via: una base pubblica minima, integrabile dal privato, dal welfare aziendale e da servizi dedicati. 

Per l’Italia, che soffre sia di pressione demografica sia di limiti di bilancio, è una traccia che merita attenzione. Non come modello da importare in modo meccanico, ma come prova del fatto che la LTC può essere affrontata anche attraverso architetture graduali, miste e progressivamente estensibili. 

La polizza non basta più: servono servizi, tecnologia e presa in carico 

La Long Term Care del futuro non sarà solo una rendita, né solo un rimborso spese. Sarà sempre di più un sistema di protezione nel quale denaro, servizi e tecnologia lavorano insieme. 

Il report Milken insiste molto su telehealth, remote monitoring, predictive analytics, assistive technology e integrazione tra strumenti digitali e care delivery. Il punto non è cedere a un facile tecno-entusiasmo, ma riconoscere che la gestione domiciliare della fragilità, se ben organizzata, può migliorare la qualità della vita dell’assistito e alleggerire la pressione sulle strutture più costose. 

Questo è un passaggio fondamentale anche per il mercato assicurativo. La domanda del cliente non è più soltanto: “quanto mi riconoscete se divento non autosufficiente?”. Sempre più spesso è: “chi mi aiuta a organizzare l’assistenza, a trovare i servizi, a orientare la famiglia, a non perdere tempo e risorse nel momento più difficile?”. In altre parole, il valore si sposta dalla mera prestazione monetaria alla presa in carico

È per questo che i gruppi che sapranno integrare polizza, rete sanitaria, assistenza domiciliare, centrali operative e strumenti digitali avranno un vantaggio competitivo più forte rispetto a chi si limiterà a offrire una prestazione economica isolata. La LTC, più di altri rami, premia gli ecosistemi. 

Il vero limite italiano resta culturale 

Alla fine, il principale ostacolo alla crescita della LTC in Italia non è solo il prezzo, né solo la complessità tecnica. È soprattutto culturale. La non autosufficienza è ancora un tema che molti consumatori preferiscono non vedere. Viene rimossa, rinviata, percepita come troppo lontana o troppo dolorosa da affrontare in anticipo. 

Le stesse analisi richiamate da ANIA mostrano che l’interesse verso la LTC cresce sensibilmente quando il cliente ha avuto esperienza diretta o familiare della dipendenza. È comprensibile, ma è anche il segno di un limite: la copertura viene cercata soprattutto quando il rischio è già “entrato in casa”, mentre la logica assicurativa richiederebbe l’opposto, cioè acquistare protezione prima che il bisogno si manifesti. 

Per questo la sfida della distribuzione non è semplicemente collocare più prodotti. È fare educazione assicurativa vera. Significa raccontare la LTC non come una copertura cupa o accessoria, ma come uno strumento di tutela del patrimonio familiare, di continuità organizzativa, di protezione della dignità personale nell’ultima fase della vita. 

Dove sta l’opportunità per compagnie, broker e bancassurance 

Proprio perché è complessa, la LTC può diventare una delle aree di sviluppo più interessanti per il settore assicurativo. Ha un driver strutturale fortissimo, l’invecchiamento della popolazione. Incrocia più aree di business, dal Vita alla Salute, dalla previdenza al welfare aziendale. Richiede consulenza, e quindi valorizza intermediari qualificati. Si presta all’ibridazione con servizi, e quindi apre spazi di differenziazione competitiva non banali. 

Per una compagnia, la LTC può diventare un terreno di posizionamento distintivo se viene costruita come parte di una piattaforma di protezione e servizi. Per una banca, può entrare naturalmente nella consulenza patrimoniale, soprattutto per la clientela che teme l’erosione del risparmio accumulato. Per un broker, in particolare nell’employee benefits, può essere uno strumento prezioso per arricchire l’offerta welfare e rendere più profonda la relazione con l’impresa cliente. 

La condizione, però, è chiara: la LTC non può essere trattata come una semplice garanzia accessoria. Deve diventare una materia centrale del discorso consulenziale. Va raccontata per ciò che è davvero: non solo copertura sanitaria, ma difesa della famiglia, del patrimonio, della continuità della cura e della dignità della persona. 

La Long Term Care è uno dei test più severi per il sistema assicurativo e per il welfare dei prossimi anni. Perché non misura soltanto la capacità di pagare una prestazione. Misura la capacità di una società di riconoscere che vivere più a lungo comporta anche nuovi bisogni di organizzazione, protezione e finanziamento della fragilità. 

Se il rischio di non autosufficienza continuerà a essere lasciato prevalentemente sulle spalle delle famiglie, il protection gap non potrà che allargarsi. Se invece verrà affrontato come materia di sistema, con un equilibrio più maturo tra pubblico, privato, fondi, welfare aziendale e servizi, allora la longevità smetterà di essere solo una sfida e potrà diventare anche un’occasione di innovazione responsabile. 

Per compagnie, intermediari e operatori del welfare il punto è già oggi molto chiaro: la LTC non è più un tema laterale. È uno dei luoghi nei quali si misurerà la capacità del settore di evolvere da semplice pagatore di sinistri a vero costruttore di protezione contemporanea. E in un Paese che invecchia rapidamente come l’Italia, ignorarlo non sarebbe soltanto un errore di mercato. Sarebbe un errore di visione.

Giulio Fezzi

Presidente Phoenix Group

Giulio Fezzi (1973) è un imprenditore, fondatore e presidente di Phoenix Capital, la capogruppo del polo di consulenza manageriale e servizi tecnologici e operativi nato nel 2008 a Verona e oggi con una presenza strutturata in Italia, Europa e nel mercato USA con la consociata US Phoenix Spark Inc. sulle sedi di Houston e San Francisco. Autore di pubblicazioni in ambito economico, è stato Professore di Istituzioni di Economia ed Economia Politica all’Università di Verona e membro del Comitato Investimenti della Diocesi di Verona. È consigliere di amministrazione in diverse realtà del settore assicurativo e finanziario, tra cui AmTrust Assicurazioni e Compass Banca del Gruppo MPS.

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