IVASS – Direttore Generale della Banca d’Italia e Presidente dell’IVASS Salvatore Rossi alla Conferenza Banca d’Italia

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6 Gennaio 2019 di ilbroker

In molti ci hanno chiesto la pubblicazione del discorso integrale del dott. Salvatore Rossi alla conferenza Banca d’Italia – CEPR – EIEF su “Dinamiche industriali e crescita economica”.

Sono lieto di darvi il benvenuto in Banca d’Italia e aprire i lavori di questo seminario, organizzato in collaborazione con il CEPR e l’Istituto Einaudi per l’economia e la finanza.

Oggi e domani saranno presentati 29 lavori, selezionati tra oltre 150. Si tratta di opere di studiosi autorevoli, provenienti dal mondo accademico e della ricerca a livello internazionale. I lavori abbracciano un’ampia varietà di temi attinenti alle dinamiche industriali e ai loro effetti sulla crescita economica. Vorrei ringraziare due relatori di fama mondiale, il Professor Ufuk Akcigit della University of Chicago e il Professor Gian Luca Clementi della New York University, che terranno gli interventi introduttivi.

È superfluo sottolineare l’importanza che riveste oggi lo studio delle dinamiche industriali. Dieci anni fa la recessione scaturita dalla crisi finanziaria mondiale ha colpito il mondo intero in maniera pressoché simultanea, ma con intensità diverse nei vari paesi.

Per spiegare tali differenze è fondamentale conoscere il ruolo delle dinamiche industriali. Le frizioni che si manifestano in un certo paese nel meccanismo fisiologico di ingresso e uscita delle imprese dal mercato possono limitare gravemente le prospettive di crescita di un’economia. L’Italia ne è un esempio, come dirò più avanti. Nel breve periodo le prospettive di crescita influenzano le oscillazioni del ciclo economico e gli shock finanziari e ne sono a loro volta influenzati.

Nella fase attuale, dopo anni di ripresa, la crescita economica è in lieve rallentamento in tutto il mondo. Le previsioni elaborate dalle organizzazioni internazionali riflettono la contrazione evidenziata dai dati congiunturali. Le crescenti tensioni commerciali, l’incertezza politica e le aspettative di una graduale riduzione dello stimolo monetario nelle principali aree economiche a livello mondiale rientrano tra le determinanti più spesso evocate. In molte economie avanzate il rallentamento suscita timori in relazione all’andamento del prodotto potenziale, in quanto la ripresa degli ultimi anni non è stata accompagnata da un aumento della produttività in linea con le attese.

Per questa ragione le dinamiche industriali sono più che mai importanti. L’innovazione e l’adozione di nuove tecnologie da parte del maggior numero possibile di imprese sono la principale fonte di crescita economica e di creazione di posti di lavoro nell’economia. In questo, il meccanismo di ingresso, sopravvivenza, crescita e uscita delle imprese, che il mercato impiega per selezionare gli attori più efficienti e innovativi, svolge un ruolo fondamentale. Sono le nuove e giovani imprese a trainare l’accumulazione degli input e la crescita del prodotto. Se le imprese più produttive prosperano e le meno produttive escono ordinatamente dal mercato, il sistema economico funziona in maniera corretta.

Non si tratta di idee recenti, possiamo trovarne traccia già nella “distruzione creatrice” di Joseph Schumpeter. Tuttavia oggi sono corroborate da analisi empiriche effettuate in diverse parti del mondo. Grazie all’impegno di numerosi centri di ricerca e studiosi, tra i quali vorrei ringraziare i ricercatori dell’OCSE che hanno condotto l’importante progetto FirmDyn, possiamo oggi contare su un’ampia raccolta di dati comparabili relativi all’ingresso, la crescita e l’uscita delle imprese dal mercato, nelle diverse distribuzioni d’età e in ciascun sistema nazionale.

È evidente che tali indicatori a livello di paese sono profondamente influenzati dal contesto specifico e dalle politiche economiche. Barriere all’ingresso o contributi pubblici diretti e indiretti alle imprese in difficoltà, ad esempio, possono attenuare i costi sociali delle crisi nel breve periodo, ma possono sortire effetti negativi sulla selezione delle imprese e sulla crescita economica nel lungo termine. Per fare un altro esempio, se il sistema giudiziario funziona male e i contratti privati risultano di difficile applicazione, le imprese esistenti hanno un evidente vantaggio su quelle entranti. Se il sistema politico non funziona come dovrebbe, infine, alcune imprese possono eludere la concorrenza grazie a favoritismi derivanti dalle loro connessioni politiche.

Anche la finanza svolge un ruolo nella definizione delle dinamiche industriali. Le imprese che si affacciano sul mercato necessitano di fondi, che le banche non sempre sono pronte a fornire a causa della rischiosità delle operazioni e della scarsità di garanzie. Gli investitori in capitali di rischio rappresentano la soluzione adeguata, ma il loro contributo è alquanto eterogeneo tra i diversi paesi. L’innovazione tecnologica applicata alla finanza, riassunta sotto l’etichetta di Fintech, sta ora colmando queste lacune, ma il processo di diffusione è ancora incerto e disomogeneo. Per il momento,

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almeno in alcuni paesi, le nuove e giovani imprese sono costrette ad attingere al credito bancario e subiscono condizioni di finanziamento poco favorevoli.

Se si trascurano le differenze tra paesi e si analizzano alcune serie storiche, a partire dai primi anni 2000 si osserva un calo del dinamismo delle imprese a livello mondiale: nella maggior parte dei paesi dell’OCSE l’attuale tasso di ingresso delle nuove imprese è di gran lunga inferiore rispetto a quello registrato all’inizio del secolo. Quali sono le cause di questo fenomeno? La prima potrebbe essere il maggiore potere di mercato delle imprese incumbent; un’altra, il fatto che il progresso tecnologico e la globalizzazione hanno incrementato la capacità delle imprese più produttive di acquisire quote di mercato. Le due possibili spiegazioni hanno implicazioni di policy molto diverse. Il dibattito scientifico non è concluso e nel corso della conferenza altre possibili spiegazioni saranno discusse nel dettaglio dai diversi relatori.

Le ricerche più recenti hanno evidenziato come le dinamiche industriali possano contribuire a giustificare non soltanto la crescita potenziale di lungo termine, ma anche le oscillazioni del ciclo economico. La prociclicità dei tassi di ingresso potrebbe essere trainata da una più rigida selezione delle nuove imprese nelle fasi di flessione e da requisiti di ingresso meno stringenti nelle fasi di espansione. Sebbene tale fenomeno sia un fatto stilizzato, le sue ripercussioni sulla propagazione e sulla persistenza degli shock aggregati sono state esaminate solo in tempi recenti. Inoltre l’effetto delle recessioni indotte da shock finanziari, e non da shock nel settore reale, rimane relativamente poco studiato. Le presentazioni di oggi affronteranno anche questi importanti temi, che hanno una chiara influenza sulle politiche di stabilizzazione del ciclo economico.

Concluderò con alcune riflessioni sull’Italia. La mancanza di dinamismo delle imprese è una causa fondamentale della lenta crescita della produttività registrata nel paese negli ultimi 20 anni, come evidenziano numerosi studi sul tema, molti dei quali a cura di economisti della Banca d’Italia.

In Italia, dalla metà degli anni ’90, la produttività aggregata è cresciuta a un ritmo significativamente inferiore rispetto a quello evidenziato nell’area dell’euro. La produttività totale dei fattori (PTF) è rimasta pressoché costante proprio negli anni in cui la rivoluzione della tecnologia dell’informazione e la conseguente globalizzazione della produzione consentivano alla maggior parte delle altre economie di trarre enormi benefici in termini di produttività e crescita.

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L’impossibilità di fare lo stesso da parte delle imprese italiane è di solito attribuita all’ampia quota di micro e piccole imprese presenti nel sistema, che investono meno in innovazione e nuove tecnologie e sono più vulnerabili dinanzi alla concorrenza mondiale. Ma la dimensione contenuta della maggior parte delle imprese è una malattia del sistema che non ha natura statica, scaturisce dalla mancanza di dinamismo del mercato.

Le start-up italiane crescono meno e per un periodo di tempo inferiore rispetto alle nuove imprese degli altri paesi dell’OCSE. Subiscono una selezione insufficiente nei loro primi anni di vita: i tassi di uscita sono generalmente costanti nella distribuzione per età e ciò segnala che le imprese meno produttive non vengono eliminate dal mercato nelle fasi iniziali della loro esistenza. Ne consegue che le imprese italiane risultano più vecchie, più piccole e meno produttive di quelle degli altri paesi avanzati.

Le ragioni alla base di tale mancanza di dinamismo sono molteplici. L’Italia mostra risultati negativi in relazione ad alcune delle anomalie che ho citato prima: l’efficienza giudiziaria è particolarmente bassa e la leva finanziaria risulta tra le più alte nel confronto internazionale. Abbiamo diverse disfunzioni a noi proprie, come l’ampia diffusione dell’evasione fiscale, l’esistenza di legami tra il mondo della politica e gli imprenditori e l’abitudine alle pratiche clientelari, tutti fattori che distorcono la concorrenza nell’economia e rallentano la distruzione creatrice e il ricambio delle imprese, con conseguenze negative per la crescita aggregata. Le riforme strutturali necessarie a riportare l’Italia in carreggiata dovrebbero affrontare con coraggio e coerenza tali questioni, che sono diverse e complementari.

***

Signore e signori, credo che le discussioni alle quali parteciperete oggi e domani forniranno contributi importanti anche all’analisi di questi temi.

Vorrei ringraziare gli organizzatori del seminario: Francesca Lotti e Francesco Manaresi della Banca d’Italia, Salomé Balsandze dell’Istituto Einaudi per l’economia e la finanza e del CEPR e Luigi Marengo dell’Università LUISS-Guido Carli. Ringrazio inoltre Alessandra Piccinini della Banca d’Italia per aver curato la logistica.

Vi porgo nuovamente il benvenuto e vi auguro un confronto proficuo, nonché un piacevole soggiorno a Roma.

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