SPESA SANITARIA PRIVATA A 40 MILIARDI DI EURO  MA CON IL “REDDITO di SALUTE” POSSIAMO DIMEZZARLA…

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3 luglio 2018 di ilbroker

“Governance pubblica e strumenti privati, questa la soluzione per la sostenibilità sociale e finanziaria dei principali sistemi sanitari europei – spiega Marco Vecchietti, CEO e Direttore Generale di RBM Assicurazione Salute – in quanto, sottoscrivere una Polizza Sanitaria o aderire ad un Fondo Integrativo è più conveniente che continuare a pagare di tasca propria le cure private – che sempre più spesso costringono gli italiani a ricorrere ai propri risparmi o a indebitarsi (lo scorso anno sono stati ben 11 milioni). Per cogliere al meglio questa opportunità, già utilizzata da oltre il 20% degli italiani, tuttavia è indispensabile che il Governo non abbandoni i cittadini e sostenga questo cambiamento culturale che peraltro garantirebbe di mettere concretamente un freno alle disuguaglianze crescenti e all’impoverimento delle famiglie (è di questi giorni l’allarme dell’ISTAT sugli oltre 5 milioni di poveri nel nostro Paese)”.

IL REDDITO di SALUTE

“Ridurre le diseguaglianze sociali è uno dei punti cardine del contratto di Governo tra M5S e LEGA – prosegue Vecchietti -. In particolare l’ambizioso progetto del Reddito di Cittadinanza è una sfida fondamentale per il nuovo Esecutivo che inevitabilmente richiede di identificare un’adeguata compatibilità in termini di sostenibilità economica. In questo contesto, un’importante valore aggiunto potrebbe essere assicurato dall’inserimento di un sostegno specifico ai cittadini in merito ai costi sostenuti per le cure private.  Sempre più spesso gli italiani sono costretti ad indebitarsi per pagare le cure private di cui hanno bisogno. Si potrebbe introdurre un “Reddito di Salute”, magari come componente strutturale del Reddito di Cittadinanza o assegnando un voucher, con il quale finanziare un’Assicurazione Sociale Integrativa per tutti coloro che ancora non dispongono di una Polizza Sanitaria o di un Fondo Integrativo.

Pagare di tasca propria le cure private, infatti, non solo non è equo ma oltretutto non è mai conveniente per il cittadino. Basta fare alcuni semplici calcoli: il costo aggiuntivo sostenuto da ciascuno di noi per le cure private è, al netto dei benefici fiscali, in media di 530 Euro (655 Euro – 125 Euro di detrazione). L’accesso alle cure private mediante una Polizza Sanitaria o un Fondo Integrativo garantiscono al cittadino un risparmio medio di quasi 245 Euro (considerando il differenziale medio tra costo della Polizza/Fondo, rimborsato dalla Polizza/Fondo e deduzione IRPEF).  Ma allora perché non consentire a tutti di risolvere il problema delle cure private utilizzando un sistema che dove applicato ha già dimostrato di funzionare bene? Con il Reddito di Salute si potrebbe garantire a tutti i cittadini non ancora assicurati un Secondo Pilastro Sanitario da affiancare al Servizio Sanitario Nazionale”.

CON QUALI RISORSE POTRÁ ESSERE FINANZIATO IL REDDITO di SALUTE ?

Dalla teoria alla pratica il passo è breve per il numero uno di RBM Assicurazione Salute che spiega:” Lo Stato da tempo riconosce una meritorietà alla spesa privata dei cittadini in sanità. In quest’ottica una parte delle tasse pagate da tutti noi sono impiegate per riconoscere agevolazioni fiscali ai cittadini (circa 18 milioni di persone nel 2018) che dichiarano di aver effettuato cure private. Si tratta di un meccanismo costoso che genera oneri per la finanza pubblica di quasi 3,4 miliardi di Euro (Dati MEF 2016) e produce degli effetti decisamente negativi sia dal punto di vista redistributivo che sociale, amplificando anche il divario tra il Nord e il Mezzogiorno (solo il 20% delle detrazioni riguarda Sud e Isole). Infatti, le detrazioni per spese sanitarie sono più rare per chi dichiara redditi più bassi e molto diffuse tra chi ha redditi elevati, basti pensare che l’80% va a beneficio di cittadini con redditi superiori a 60.000 Euro (oltre il 50% per i cittadini con redditi superiori a 100.000 Euro). Peraltro le detrazioni sanitarie risultano, in ragione dell’incidenza percentuale sulla spesa sostenuta, particolarmente inefficaci anche sul fronte del contrasto all’elusione/evasione fiscale che in questo campo ha un’incidenza assolutamente significativa (le stime più accreditate oscillano tra 6 ed 8 miliardi di Euro di base imponibile sottratta ad imposizione). Se l’obiettivo è quello di sostenere il reddito dei cittadini di fronte all’incidenza delle cure private, queste risorse potrebbero essere impiegate con maggiore efficacia, garantendo il Reddito di Salute a chi ancora non beneficia di una Polizza Sanitaria o di un Fondo Integrativo”.

“Bisogna poi considerare – prosegue Vecchietti – che una Sanità Integrativa per tutti consentirebbe di contenere anche i gap assistenziali sempre più evidenti tra le diverse Regioni sia in termini demografici (speranza di vita alla nascita, indice di sopravvivenza ed incidenza delle malattie croniche) che di outcome clinici. In quest’ottica, preso atto della frattura che attualmente separa il nostro Paese tra Nord e Mezzogiorno, si potrebbe lavorare anche ad una riprogrammazione dei fondi europei per il Sud recuperando una dotazione aggiuntiva per il Reddito di Salute compresa tra 7 e 10 miliardi di Euro da finalizzare ai cittadini più penalizzati dalle ridotte capacità assistenziali dei propri Sistemi Sanitari Regionali. Nello specifico si potrebbero armonizzare i contenuti dei Programmi Regionali FESR/FSE, PON nazionali per il Sud, Programmi Complementari POC, eventuale predisposizione di nuovi PON nazionali, obiettivi di servizio, premialità ed erogare dei voucher ai cittadini del Mezzogiorno per rendere disponibile una Forma di Sanità Integrativa anche in quei territori che, pur a fronte di un maggior bisogno di integrazione, attualmente beneficiano solo marginalmente di Polizze Sanitarie e Fondi Integrativi a causa della ridotta presenza di insediamenti aziendali nel proprio territorio”.

E conclude:”Alla luce di queste considerazioni appare chiaro che nel nostro Paese ci sia un’importante emergenza sociale in campo sanitario che richiederebbe misure strutturali, come il Reddito di Salute appunto, capaci di supportare l’avvio di un Secondo Pilastro Sanitario in grado di assicurare effettività ai principi di universalismo ed uguaglianza sui quali si basa il nostro sistema. In quest’ottica è fondamentale consentire a Polizze e Fondi Sanitari di assicurare tutta la Spesa Sanitaria Privata superando l’attuale impianto normativo fortemente condizionato da un’impostazione pregiudiziale nei confronti del privato ormai non più attuale. L’alternativa è rimanere “coerenti” in teoria ma “in pratica” lasciare i cittadini soli di fronte alla scelta tra pagare e curarsi”.

VIII° Rapporto RBM-CENSIS 2018. ALCUNI NUMERI

L’analisi puntuale fotografata dall’VIII Rapporto RBM-Censis, presentato il 6 giugno in occasione del Welfare Day, ha mostrato un sistema sanitario inadeguato a gestire i nuovi bisogni di cura. In particolare, 7 cittadini su 10 hanno acquistato farmaci, 6 cittadini su 10 visite specialistiche, 4 su 10 prestazioni odontoiatriche, 5 su 10 prestazioni diagnostiche e analisi di laboratorio, 2 su 10 lenti ed occhiali e 1 su 10 protesi e presidi. La Spesa Sanitaria Privata “non è una cosa da ricchi”: il 32% della spesa sanitaria privata, infatti, riguarda i cittadini con reddito compreso tra 35.000 e 60.000 di Euro annui, il 17,58% i cittadini con redditi compresi tra i 15.000 ed i 35.000 Euro annui ed il 6,43% i redditi inferiori a 15.000 Euro annui. Si tratta, peraltro, di un fenomeno caratterizzato da una forte regressività: al crescere del reddito l’incidenza della Spesa Sanitaria Privata sul reddito tende infatti a ridursi e tra la fascia dei redditi inferiori a 15mila Euro e la fascia dei redditi compresi tra 35,000 € e 60.000 € annui l’incidenza sul reddito del cittadino sostanzialmente si dimezza. In particolare, a fronte di un’incidenza media della Spesa Sanitaria Privata del 3,14% sui redditi degli italiani, il finanziamento delle cure private assorbe il 3,33% del reddito dei cittadini con un reddito inferiore a 15mila Euro, il 1,69% per i cittadini con un reddito compreso tra 15.000 € e 35.000 €, il 1,61% per i cittadini con un reddito compreso tra 35.000 € e 60.000 €, il 1,32% per i cittadini con un reddito compreso tra 60.000 € e 100.000 € annui e lo 0,65% per i cittadini con un reddito superiore a 100.000 € annui. Una situazione destinata a peggiorare, se non si sceglierà di intervenire, come evidenziano i dati del Rapporto: nel 2018, le prestazioni sanitarie pagate di tasca propria dagli passeranno da 95 milioni a 150 milioni per una spesa complessiva di 39,7 miliardi di Euro. Occorre aggiungere che quello della Spesa Sanitaria Privata è un fenomeno in costante espansione (+9,6% tra 2013 e 2017) che riguarda più di 2 italiani su 3 (oltre 44,1 milioni di persone). La spesa sanitaria privata “la conosci quando stai male e sei più debole”: il 58% delle cure acquistate privatamente, infatti, riguarda i cronici, il 15% le persone con patologie acute, per oltre il 12% i non autosufficienti/inabili. “Il costo medio pro capite sostenuto dagli anziani (€ 1.356,23 annui), penalizzati peraltro da situazioni reddituali mediamente meno favorevoli, è più che doppio rispetto a quello registrato per tutti i cittadini. Per un cittadino con reddito inferiore a 15mila Euro l’incidenza della Spesa Sanitaria Privata sul reddito è il doppio rispetto a quella di una persona con reddito compreso tra 35.000 e 60.000 Euro annui (3,33% contro l’1,61% della fascia 35-60k)”. Sarebbe un errore, peraltro, pensare che i cittadini paghino le cure di tasca propria solo nelle Regioni in cui il Servizio Sanitario Nazionale funziona meno: pagano di tasca propria le cure sanitarie, il 26% dei cittadini delle Regioni del Sud e Isole, poco meno del 20% di quelli del Centro, poco più del 24% dei cittadini del Nord Est ed oltre il 30% di quelli del Nord Ovest.

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