INTERVISTA: Commento Claudio Manetti, AD di Fire SpA al Market Watch NPL – The Italian Scenario

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25 gennaio 2018 di ilbroker

Il tema degli UtP non va affrontato con allarmismo, ma con realismo. Occorre infatti guardare con attenzione ai numeri e alle dinamiche dei portafogli NPL.

I numeri dicono che – già a partire dal 2016 – gli UtP netti valevano più delle sofferenze nette (87 miliardi contro 86): la causa è da ricercarsi nella gestione e nelle politiche di accantonamento.

Sembra esserci un controsenso di fondo quando si parla di Utp: la loro definizione intende esprimere che la probabilità che vengano pagati è nulla senza l’escussione delle garanzie, mentre le politiche di provisioning adottate lasciano spazio all’ottimismo più sfrenato dal momento che coprono queste posizioni per poco più del 30%: come dire che ci si aspetta di recuperare il 70%.

Le dinamiche, invece, mostrano come gli Utp si sgonfino principalmente per lo scivolamento verso le sofferenze (circa il 22%) e si gonfino per il rientro da queste ultime (13%) o per il deterioramento dei crediti performing (22%): è evidente che questi flussi sono condizionati dal contesto esterno, ma anche dalle policy interne di gestione.

Non a caso le Linee Guida della ECB di marzo 2017 facevano focus su tutti gli NPL, non solo sulle sofferenze.

È fondamentale che il fenomeno degli UtP venga affrontato seriamente e rapidamente per non tornare ad alimentare i bad loans: non bisogna dimenticare che una parte significativa degli UtP è costituito da sofferenze non dichiarate per carenza di risorse da destinare alle coperture.

Occorre distinguere tra UtP veri e sofferenze “mascherate”. Se per queste ultime si potrebbe configurare uno scenario di passaggio a sofferenza sotto certe condizioni e quindi di cessione, per gli UtP in senso stretto l’unica vera soluzione sta nella gestione e nell’adozione di strumenti e di tecniche di recupero diverse da quelle adottate per le altre tipologie di crediti. Considerando che due terzi degli UtP sono in capo ad aziende, il restructuring è ad esempio una soluzione di rilievo per il superamento del problema.

Penso che nel 2017 si è finalmente mosso il mercato delle sofferenze. Siccome la domanda è stata decisamente superiore all’offerta, i prezzi di aggiudicazione di questi portafogli sono decisamente lievitati, coprendo parte del cosiddetto bid-ask gap: capiremo tra un po’ se è stato un affare vero per chi ha acquistato. Se escludiamo il comparto del credito al consumo (che è stato molto dinamico), le banche hanno realizzato soprattutto operazioni di grandi dimensioni, spinte dal coraggio intellettuale di Jean Pierre Mustier in Unicredit o dalla necessità delle Autorità di Vigilanza di risolvere alcune crisi bancarie conclamate (penso a MPS, a Carige, a Popolare di Bari). Poche sono state invece le vendite programmate dai piani industriali che gli istituti hanno dovuto presentare alla ECB: ritengo che il 2018 sarà diverso sotto questo profilo e che tutto il sistema sarà chiamato a muoversi, favorito dalle migliori condizioni del Paese nel suo complesso e dalla necessità di rilanciare il credito per accompagnare la revisione del suo modello di business. Sono convinto che sarà l’anno delle piattaforme, soluzioni con le quali le banche (in particolare quelle di dimensione locale) possono sfruttare le capacità di mestiere, organizzative e tecnologiche di un servicer, mantenendo comunque la governance del processo di recupero del credito. Noi di Fire stiamo lavorando proprio in questa direzione.

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