MODA & ASSICURAZIONI: Assicurazioni e modernizzazione – Saverio Zavaglia – psicologo della moda

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23 Ottobre 2017 di ilbroker

Da tempo è invalsa l’abitudine gergale di etichettare trend epocali mediante sigle numeriche. A conferma che le problematiche assicurative sono un primario osservatorio sul cambiamento, tra la formula “industria 2.0” (l’accesso Internet a scopi produttivi) e “azienda 4.0” (le riduzioni del personale grazie all’automazione), sempre di più troviamo quella “assicurazione 3.0”. Ossia la dematerializzazione dei contrassegni assicurativi dell’auto: il paper less grazie alla digitalizzazione che promette l’abbattimento dei premi (nel nostro Paese maggiori di un 10% rispetto alle medie europee, a fronte di un altrettanto 10% di veicoli non coperti assicurativamente).

Quattro sembrano essere gli ambiti primari in cui le pratiche assicurative italiane si confrontano con le dinamiche di modernizzazione degli stili di vita:

  1. Il mutamento culturale, nella transizione accelerata alla sensibilità post-industriale: il Luxury, vanto del Made in Italy, nacque per soddisfare le esigenze degli Yuppies anni ‘80; soggetti orientati al consumismo ostentativo e con disponibilità economica maggiore rispetto a quei Millennials che sono oggi responsabili dei 2/3 degli acquisti. Un pubblico più attento ai “valori post-materiali”, in cui l’elettività prevale sulla prescrittività, l’apparire cede il passo all’essere. Dunque, la sostenibilità e l’inclusività, quasi anti-valori rispetto ai precedenti. Da qui la necessità di reinventare la value proposition, soprattutto per le imprese italiane che detengono il 10% del mercato mondiale del lusso;
  2. La saturazione del mercato e le relative problematiche distributive: l’apertura di punti vendita monomarca, principale driver di crescita delle imprese del comparto nel recente passato, è un modello ormai giunto alla maturità. Nuovi flagship store rischiano oggi di cannibalizzare quelli esistenti e l’apertura di boutique sempre più grandi presenta costi ormai insostenibili. Anche in questo caso va reinventato il modello, incentrandolo sull’omni-canalità e sull’e-commerce; oltre che su un ripensamento del format multimarca e multi-prodotto;
  3. La grande sfida delle nuove tecnologie, che non sono soltanto il digitale e le energie rinnovabili, ma anche nanotecnologie, biotecnologie, genomica, tecnologie spaziali etc.. Infatti sono in atto progressi talmente radicali da coinvolgere strutturalmente qualunque settore industriale nei decenni a venire. In particolare il sistema manifatturiero italiano ancora stenta a tenere il passo di quanto il direttore generale di Bankitalia Salvatore Rossi e l’economista di Roma 3 Anna Giunta definiscono «il cambio di paradigma tecnologico avvenuto negli anni Novanta, dall’elettricità all’Ict»;
  4. L’usura del modello tradizionale di governance: come il resto del mondo, l’industria italiana è costituita all’85% da imprese familiari; ma solo in Italia ben due terzi delle aziende sono ownership (a conduzione familiare diretta). Una condizione scarsamente meritocratica, che le espone alla difficoltà di reagire efficacemente alle crisi che provengono sia dall’esterno che dall’interno. Quadro che si aggrava nell’ultimo rapporto di Confindustria sul settore manifatturiero: 41,3% delle imprese non ha in organico nessun laureato.

Saverio Zavaglia

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